La figura tragica di Anna Politkovskaja riecheggia nei teatri, su di lei ha scritto anche Lars Noren. Il lavoro di Silvano Piccardi e Ottavia Piccolo mira ‘semplicemente’ a dare voce ai racconti e ai reportage della giornalista russa. Lo spettacolo è scritto, da Stefano Massini, basandosi quasi interamente costruito sui suoi articoli, fanno eccezione una circolare interna dei servizi russi, in cui la Politkovskaja è classificata tra gli oppositori ‘non rieducabili’ che non possono più essere fatti rientrare nei ranghi, e un epitaffio finale che racconta le circostanze della sua morte.
Non si tratta di teatro di narrazione, almeno nel senso tradizionale che si affida a un narratore terzo, perché il racconto è prevalentemente quello della Politkovskaja in prima persona. Non è neppure un recital e tantomeno la Piccolo compie un lavoro sul personaggio nel senso dell’Actor Studio. Eppure con un procedimento di mimesi, e di transfert, la grande attrice è Anna Politkovskaja. Pare proprio di vedere il suo volto, tratteggiato semplicemente da quegli stessi capelli corti, canuti, dagli occhiali e dagli orecchini. È quello di una donna minuta, dall’apparenza fragile, una persona comune. Ne è una dimostrazione la circostanza stessa del suo omicidio, commesso mentre stava portando sulle scale i sacchi della spesa e il fatto che un’altra donna sia stata uccisa al suo posto per errore di persona. Non c’era nulla di appariscente nella sua figura fisica, la sua forza sta tutta nelle parole.
Un lavoro attoriale davvero notevole quello della Piccolo. Lo si vede per come rende i dialoghi tra due persone semplicemente con un cambio di direzionalità del volto, quasi a ricreare l’effetto di un campo/controcampo cinematografico, oppure cambiando semplicemente la postura delle gambe, in posizione seduta, nella scena con il terrorista nel teatro di Mosca. In un altro momento l’incedere insostenibile delle sua parole, è accompagnato, e ritmato, dal suo camminare all’indietro, con un’efficace soluzione antinaturalistica. E memorabile è il momento in cui posa i fogli con i nomi dei bambini morti a Beslan, evocandoli così, come persone reali, tangibili.
La soluzione scenica, minimale, si fonda su un fascio di luce che, perlopiù in senso diagonale, separa gli spazi della Piccolo e dell’arpista, ma che può anche assumere la funzione di passerella. Il lavoro della musicista Floraleda Sacchi riesce a produrre suoni striduli, e disturbanti, con uno strumento ampolloso come l’arpa. Un effetto doppiamente straniante, come le sviolinate lancinanti che Hitchock aveva voluto per Psyco.
Uno spettacolo che colpisce dritto al cuore degli spettatori, che, uscendo dal teatro, non potranno dimenticare la frase della Politkovskaja «Chi pensa che il sangue a terra sia rosso, non ne parli».