Centinaia di persone in fila per i biglietti come per comprare il pane; nell’attesa chiacchiere e commenti. Alla cassa con il biglietto d’ingresso si ricevono quattro “collarini”, e da qui comincia il gioco del potere e delle “eccitazioni”. Ben 34 artisti tra cui attori ballerini cantanti performer, tra i quali personaggi noti (Simone Cristicchi, Paola Barale, Giorgia Trasselli, Momo, Fabio Canino, Ilaria Spada) e non, ma tutti rigorosamente in vestaglia. Si affacciano alla balaustra del foyer e richiamano a sé i possibili, numerosi, avventori, litigandoseli. Le due resse restano ben demarcate finché la prima perfomance non ha inizio; si tratta di una curiosa bambinona con codine che canta alla Caterina Caselli sul tavolo della biglietteria. Gli spettatori entrano e non appena si affacciano in platea non hanno più nessuna possibilità di redenzione, infatti si ritrovano fagocitati nel luogo più decadente e decaduto della società, il teatro/bordello, reso benissimo dallo scatafascio di sedie smontate e buttate qua e là in platea sulle altre sedie. Tutto fumoso e in penombra con lucine che tagliano lo spazio dall’alto come una festa all’aperto.
L’abbrutimento è confermato al centro della platea sotto quelle stesse lucine: un uomo con pelliccia e veletta canta una nenia lamentosa alla Donna fantasma, che ha macchie di sangue sul suo candido vestito bianco e giace tra le braccia di un ragazzo; è chiaro che si tratti del simbolo del teatro “morto”. La donna però “resuscita” prima nel video, proiettato all’altezza dell’arcoscenico, poi anche in carne e ossa. Quasi che il fantasma riprenda corpo e linfa vitale dal pubblico che si accalca rumorosamente sulle sedie e per terra. Un’immagine potente di disfacimento del teatro e del suo elemento imprescindibile, l’attore, che nelle fattezze della Donna fantasma assume anche una sorta di logorio fisico, materico. Sempre in alto il video di una pubblicità progresso con Franca Valeri a sostegno dell’Arte, firmata dallo stesso regista.
E dopo la presentazione dei vari artisti da parte degli strani “Coniugi Magnacci”, si comincia con un grande brusio nelle contrattazioni che formeranno i gruppi per orge in nome dell’arte. Una volta essersi scelti, artista e spettatori, saranno accompagnati dalle varie Maîtresse nei luoghi deputati a loro affidati, in quei luoghi del teatro normalmente proibiti e inaccessibili, che diventeranno così piccole voragini di piacere. È incredibile come puttane, pronte a tutto, nel loro spazio privato si lascino invece andare alle loro intimità e riescano a regalare, con grande piacere, pezzi di sé e della loro arte perché sanno benissimo che per godere devono far godere. È interessante la doppiezza rappresentata dalla loro sfera sociale e da quella privata, nel senso che l’attore deve recitare due volte, per convincere a farsi comprare e subito dopo nell’esecuzione dei suoi pezzi. Nel finale non c’è più distinzione tra artisti e spettatori i quali si ricongiungono a ballare, in un ballo liberatorio, sulle note di New york, New york di Liza Minnelli, ringraziamento per essere restati tutti assieme per più di 4 ore.
Ma dietro questo gioco a luci rosse, intrigante e infernale, c’è una viva forma di protesta contro i tagli al FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo), che si sono spinti fino al 35 %. E pertanto l’operazione di Melchionna/Cianchini, seppur già riproposta in passato, sempre a Roma, sia al Circolo degli artisti sia alle Fonderie delle arti che al Teatro Quirino, questa volta assume una valenza politica, almeno negli intenti, di grande protesta e di manifestazione di dissenso nei riguardi della poca cura e dei minimi investimenti che lo Stato ormai si appresta a fare sulla Cultura in generale e sul Teatro in particolare. Un “NO”, quindi, che si può far sentire non solo scendendo in piazza ma protestando in teatro, ognuno con i propri mezzi e le proprie possibilità artistiche.