Rispetto al precedente lavoro, questo testo offre indubbiamente una maggiore compattezza narrativa che si esprime, sulla scena, attraverso l’affascinante terna di attrici composta da Roberta Cartocci (Olga), Alessandra Muccioli (Irina) e Marta Nuti (Masa). Al contempo Linari, in questa occasione anche attore, trova ampio spazio per sviluppare e approfondire il fremito che scuote le protagoniste del dramma. Le tre sorelle, ingabbiate in qualcosa di più di un dramma naturalista, diventano il punto di fuga per una riflessione sul rapporto tra ciò che abbiamo “dentro” e ciò che possiamo esporre “fuori”. Ogni qual volta vengono liberate sulla scena dai due infermieri (Gabriele Linari e Arianna Porcelli Safonov), le tre sorelle danno vita ad una affannosa rincorsa dialettica, nella quale il dover narrare a tutti i costi la personale condizione, prima di essere nuovamente costrette al buio della propria prigione, diventa il fulcro di tutta l’azione scenica del dramma.
Linari libera il testo russo dalla sua abituale esposizione per dedicarsi ad uno studio quanto più possibile oggettivo e chirurgico delle tre protagoniste del dramma di Checov. E già dal prologo è possibile cogliere l’inquieta trama che muove gli attori sulla scena. Le tre sorelle, recluse e cristallizzate in una maschera drammatica che non prevede redenzione (Quelle tre sorelle? Non mi fanno pena… dirà uno dei due infermieri sulla scena), diventano il soggetto di uno studio che supera Checov per sposare le inquietudini più prossime allo spettatore. Attraverso una lettura che è apertamente metateatrale, il regista articola su più piani il rapporto tra i personaggi sulla scena, dando voce e sostanza alla forte dicotomia che si viene a creare tra le sorelle, eternamente chiuse (e chiudibili) nella loro scatola/prigione, e i due infermieri presenti sulla scena, i quali studiano e dialogano con le tre donne attraverso una continua dislocazione di spazi scenici. Il luogo di reclusione delle protagoniste, rappresentato da semplici scatole colorate, diventa il non-luogo scenico all’interno del quale tutto è silenzio. Uno spazio in cui estinguere violentemente le proprie ansie e paure, in attesa che qualcuno faccia scattare ancora una volta la serratura.