Nulla è cambiato è uno di quegli spettacoli che andrebbero guardati con molta freddezza. Non tanto, o non solo, per cercare di comprendere in profondità le pretese che muovono i personaggi sulla scena, quanto piuttosto per cercare di capire se, di una simile riflessione, avevamo realmente bisogno.
Paola Aspri, autrice e coordinatrice di questo spettacolo, lavora su una materia che, pur avendo evidenti nessi con la contemporaneità (lo smarrimento di una generazione, dimidiata tra bisogno di solidità e titanismo autolesionistico; la vendita di se per raggiungere una cialtronissima nazional-popolarità), risulta viziata da una lettura della realtà sempre in bilico tra moralismo di maniera e edonismo ridondante e eccessivo.
Costruito su due piani perfettamente separati, quello della scena e quello filmico, Nulla è cambiato svolge tutta l'azione tra un qui e ora scenico, un deserto di abitini e scarpette da sera in cui si assiste alla trama relazionale delle tre protagoniste, vittime impotenti di una realtà che le ha schiacciate e umiliate, e il mondo esterno, a cui la regista Rosi Giordano, con eccessiva indulgenza ha delegato la macchina da presa. Più della metà della piece infatti è traslata in un video, che troppo spesso strizza l'occhio alle fiction televisive, al cui interno è sviluppata tutta la trama. Una simile scelta, più che animare un dibattito sull'uso degli strumenti video-filmici a teatro rischia di esautorare la scena dalle sue funzioni più didattiche e costruttive.
Non c'è nulla di particolarmente anomalo nel cercare la chiave di volta, artistica e sociale, di uno spettacolo come Nulla è cambiato. Lo affermo prima di tutto per tentare di smarcarmi dall'inevitabile fastidio che potrebbero generare le mie parole in chi magari ha apprezzato e condiviso l'architettura narrativa dello spettacolo. Personalmente trovo che questo spettacolo, pur favorito da una corona registica e attoriale di buon livello, non riesca mai a risultare credibile. In esso infatti si accumulano una serie di pregiudizi comportamentali su una presunta generazione X, vittima e carnefice delle proprie pulsioni più informi e autodistruttive. E là dove tutti i protagonisti del dramma sono animati da velleitarie pulsioni di vendetta e di odio, nulla di misterioso si scorge nella loro abnegazione al male. Non una luce, un suono, una parola aiutano lo spettatore a cogliere il perché di tanta sgradevole tensione.