Chi ha avuto l’onore di vederlo all’opera nel piccolo teatro dei pupi nel centro storico di Palermo può avere il dubbio che uno spettacolo su un palco “regolamentare”, senza le vesti e le armature dei tradizionali Paladini di legno, sia un’esperienza meno poetica e poco coinvolgente. Invece lo sguardo sornione dietro la grande barba bianca, il fisico imponente che si destreggia nei molti ruoli del ciclo epico, l’inerme spada di legno e l’irresistibile malia della voce sono le armi di una seduzione inevitabile.
Lo spettacolo inizia come una sorta di lezione: un lungo, divertente preambolo che spiega la differenza fra cantastorie e cuntastorie. Il primo gira per i villaggi con una tavola disegnata a vignette, cantando letteralmente le storie di briganti e malavitosi accompagnandosi con una chitarra. Il cuntastorie – o cuntista - è invece un vero e proprio professionista della narrazione epico-cavalleresca, il tema del suo cunto sono i cicli storici dei Paladini, il suo strumento di accompagnamento è una semplice spada di legno, come quelle dei bambini di una volta, e la sua forza è tutta nella capacità di interpretazione dei personaggi. “Io fazz’ ‘u cunto!”
Dopo questi chiarimenti necessari, dispensati al pubblico profano, che a differenza di quello “tradizionale” non ha dimestichezza con vicende e personaggi come Carlo Magno, Rinaldo e Orlando, ha inizio la narrazione vera e propria. I fatti sono appunto quelli storici dei Paladini di Francia e delle loro battaglie, un’unica sequenza di centinaia di puntate, lasciate in sospeso e riprese dallo stesso punto la volta successiva. La meraviglia vera sta però tutta nell’incanto del linguaggio, un misto di siciliano (unica lingua ufficiale del cuntista) e di una lingua epica, aulica, fatta di formule tramandate nel tempo da maestro ad allievo nella bottega d’arte. E’ questa la ricostruzione fantasiosa della lingua parlata dai personaggi della corte medioevale, che si trasforma, nel momento della battaglia, in una specie di grammelot, un frasario spezzato, quasi poesia libera, il cui ritmo sta proprio nella frammentazione delle parole e la cui fonetica tronca è una cadenza ipnotica che prevale sul senso logico della narrazione.
Mimmo Cuticchio, da solo al centro della scena, senza costumi né maschere, con la sua semplice spada di legno come ausilio, cunta dello sfortunato Rinaldo, della sorella Bradamante, del fumantino Orlando. Suscita il sorriso per le loro ingenuità e goffaggini, trasformando in immagini corali i mille toni della sua versatile voce, mentre le immagini dei campi di battaglia e degli scontri cruenti si materializzano sul palco vuoto. E si compie il miracolo del teatro, dove un uomo solo può evocare un mondo intero.