Canne e piedi nudi. Costumi essenziali. Luci che, oltre ad accompagnare lo stato emotivo, definiscono elementi e cambi di ambientazione. L’opera di Mozart compressa tutta in un pianoforte e cantata e recitata in scena senza fronzoli. La partenza è fredda. La curiosità è solleticata dagli spostamenti delle canne e dai movimenti naturali che accompagnano il canto lirico. La regina cambia il passo dello spettacolo, impone il suo limpido gorgheggio che arriva dritto al petto nella sua perfezione.
La storia taglia ciò che non riguarda l’amore e il suo bisogno di essere messo alla prova. Quantunque Tamino e Pamina siamo un po’ troppo mielosi e plastici, la regina è potente e Papagheno particolarmente espressivo e coinvolgente. La scena sul letto a rotelle fatto con una cassa per le luci del teatro quella che sintetizza la forza dell’essenzialità e la coinvolgente innocenza degli interpreti. I costumi di Papagheno e Papaghena sembrano quelli di Sette spose per Sette fratelli e, nella sobrietà dell’intero allestimento, appaiono, grazie agli attori, sgargianti.
Il Flauto Magico di Peter Brook è dunque un concentrato di purezza e speranza. L’asprezza del tedesco si stempera con la dolcezza dei suoni, mentre la musicalità del francese fa dello spettacolo un flusso continuo di vibrazioni che massaggiano le orecchie. Dall’alto della sua riconosciuta unicità, Peter Brook dimostra, con pochi elementi e giovani interpreti, che il mestiere che lo ha reso celebre può fare a meno di tutto, quando a tirare i fili c'è un cuore appassionato capace di imporre il suo ritmo.