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Tutto per bene

Regia di - Gabriele Lavia
Al teatro Argentina di Roma
dal 16.01.2013 al 27.01.2013

Vedi tournée



Trama:
Tutto per bene è un punto di snodo cruciale dell'intera parabola drammaturgica pirandelliana. Con esso l'autore codifica una volta per tutte la cifra del suo teatro maggiore, la «rappresentazione d'un dramma, quand'esso è già da gran tempo finito»: Pirandello procede post factum e ciò gli consente di scovare gli indizi della realtà nascosti en abîme nella rappresentazione di essa, la «radice del vero» nel "giallo" paradossale che gli uomini, maschere, mettono in scena, illudendosi di vivere.
...continua


Recensione:

Tutti rigorosamente puntuti, scattosi, acidi, odiosi. Tutti tranne il protagonista, Gabriele Lavia, regista e protagonista di uno spettacolo che annoia nella prima parte ma si riprende nella seconda. Scenografia austera, sottofondo musicale quasi onnipresente, costumi d’epoca e una grande tomba in proscenio a sottolineare la idiota idolatria di un cornuto per la sua defunta consorte.

Il protagonista è all’oscuro e quando nel secondo atto gli accendono la lampadina si preoccupa più di come lo credevano approfittatore che di quanto abbiano, della sua debolezza, approfittato. Il suo è il mondo dei vinti, di quelli che hanno vissuto nell’inganno senza colpa, che hanno creduto ciecamente in chi li ha traditi. A fregarlo è un senatore e, proprio la meschinità della classe politica, lo schiacciamento del sottoposto, l’onnipotenza e l’impunità, rendono coevo il testo del 1920. Pirandello assesta un colpo all’ipocrisia che ci governa mentre ne sferra un altro allo squallore che domina la società dell’apparenza, in mano a uomini mascherati incapaci di credere che qualcuno possa essere meno bieco di loro. L’autore ci sprona a specchiarci nello desolazione per infonderci l’indispensabile coraggio necessario, a chiunque abbia forza, per rivelarsi per ciò che è, piuttosto che ostentare ciò che non sarà mai.

Lavia tedia nel primo tempo ma viene fuori nel secondo con mestiere. I suoi attori, mossi a triangolo, quando a dominare la scena è un tavolo, rincorrono poltrone e divano quando, dopo l’intervallo, si ritrovano a bere del whisky ed ammazzare il tempo.
Nei panni di Palma, la figlia del regista, antipatica e senza sfumature, come i colleghi, costretti a tornare sui propri passi in un rallenti che sottrae verità senza aggiungere suggestione. Tanti curati elementi non girano al ritmo giusto per la mancanza di un occhio esterno. La regia del protagonista non permette di sfumare, dosare, fuorviare per poi rivelare, con più forza, la grande l’amarezza del testo.




effibriest - 20-01-2012 11:14:48
Il secondo atto si apre su un magnifico divano Chester in pelle bianca, grande , a golfo, capitonné impunturato a mano, che illumina la scena, e serve per tutto il tempo a gestire le postazioni dei personaggi nella società. Il politico imbroglione, la signora ipocrita, il nobile opportunista, etc. etc. Questo divano è importantissimo. Innanzitutto perché penso rappresenti il sogno di ogni piccolo borghese del Novecento: crea subito la distanza con l’alta borghesia che Lavia vuole a sua volta rappresentare per rappresentare Pirandello che sua volta vuole rivelare proprio quel mondo di apparenze in cui qualcuno deve comunque pagare il prezzo dell’umiliazione. E l’umiliazione non sono le corna, come purtroppo ho sentito dire qualcuno, sostenendo che oggi la piéce non è attuale, perché non ce ne importa nulla, in un’epoca volgare come questa. L’umiliazione è Non Sapere che vita stiamo vivendo, un Truman show ante litteram! Ma questo è Pirandello, che può piacere o non piacere: Lavia lo mette in scena esaltando proprio questo aspetto e si concentra su questo aspetto. Un esempio è il ralenti (come una danza) che ogni tanto interrompe la vicenda e in penombra fa arretrare i personaggi rispetto alle postazioni raggiunte, suggerendo un’altra composizione a livello subliminale, diversa (o finta?!?!) dei ruoli. Il protagonista si concede qualche gigioneria nella sparata finale ma resta nei limiti accettabili (l’autoironia di Martino Lori su se stesso), Daniela Poggi scivola in più di una papera (siamo a livelli di guardia, non so perché sia stata convocata), Lucia Lavia è giovane e si vede che è sotto sforzo, anzi, sotto la frusta del padre, ma non sbaglia, la dizione poi è impeccabile, e quindi lode ai giovani.
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COMPAGNIA
DATI SPETTACOLO
Genere: Commedia

Luigi Pirandello (Autore)
Gabriele Lavia (Regista)
Giordano Corapi (Musica)
Alessandro Camera (Scenografia)
Andrea Viotti (Costumi)

CAST
Daniela Poggi (Attore)
Gianni De Lellis (Attore)
Giorgio Crisafi (Attore)
Giulia Galiani (Attore)
Lucia Lavia (Attore)
Riccardo Bocci (Attore)
Riccardo Monitillo (Attore)
Roberto Bisacco (Attore)
Alessandra Cristiani (Danzatore/Danzatrice)
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Dodici registi originari di nove diversi paesi, per cinque regie e due mani: un laboratorio mondiale, il World Wide Lab, che porta a Roma l’esperimento unico di un gruppo multiculturale nato a New York. Non è un caso se Bob Wilson li ha accolti in residenza a Watermill e se il prestigioso Irondale Center di Brooklyn li ha ospitati per ben due anni. I registi del WWL hanno costituito un gruppo di lavoro stabile, che annualmente si riunisce per produrre in due settimane di laboratorio (quest’anno salite a tre) uno spettacolo fatto di cinque momenti diretti a due mani. I testi, adattati o composti per l’occasione dai registi stessi coinvolgendo ben dieci attori, seguono uno stesso filo tematico (Upheaval/Distruzione e rinascita), ma presentano contenuti molto diversi fra loro, che partono dalle rispettive culture. Il risultato è un articolato melting pot, in cui si mescolano Taiwan, India, Canada, Israele, Stati Uniti, Grecia, Germania, Italia… In scena contenuti e stili profondamente diversi, magicamente mescolati per distillare un teatro ricco di contaminazioni, anche linguistiche. Al Teatro Due Roma fino al 12 ottobre.

Info: KIT Italia




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