Tutti rigorosamente puntuti, scattosi, acidi, odiosi. Tutti tranne il protagonista, Gabriele Lavia, regista e protagonista di uno spettacolo che annoia nella prima parte ma si riprende nella seconda. Scenografia austera, sottofondo musicale quasi onnipresente, costumi d’epoca e una grande tomba in proscenio a sottolineare la idiota idolatria di un cornuto per la sua defunta consorte.
Il protagonista è all’oscuro e quando nel secondo atto gli accendono la lampadina si preoccupa più di come lo credevano approfittatore che di quanto abbiano, della sua debolezza, approfittato. Il suo è il mondo dei vinti, di quelli che hanno vissuto nell’inganno senza colpa, che hanno creduto ciecamente in chi li ha traditi. A fregarlo è un senatore e, proprio la meschinità della classe politica, lo schiacciamento del sottoposto, l’onnipotenza e l’impunità, rendono coevo il testo del 1920. Pirandello assesta un colpo all’ipocrisia che ci governa mentre ne sferra un altro allo squallore che domina la società dell’apparenza, in mano a uomini mascherati incapaci di credere che qualcuno possa essere meno bieco di loro. L’autore ci sprona a specchiarci nello desolazione per infonderci l’indispensabile coraggio necessario, a chiunque abbia forza, per rivelarsi per ciò che è, piuttosto che ostentare ciò che non sarà mai.
Lavia tedia nel primo tempo ma viene fuori nel secondo con mestiere. I suoi attori, mossi a triangolo, quando a dominare la scena è un tavolo, rincorrono poltrone e divano quando, dopo l’intervallo, si ritrovano a bere del whisky ed ammazzare il tempo.
Nei panni di Palma, la figlia del regista, antipatica e senza sfumature, come i colleghi, costretti a tornare sui propri passi in un rallenti che sottrae verità senza aggiungere suggestione. Tanti curati elementi non girano al ritmo giusto per la mancanza di un occhio esterno. La regia del protagonista non permette di sfumare, dosare, fuorviare per poi rivelare, con più forza, la grande l’amarezza del testo.