Ascoltare Saverio La Ruina si rivela sempre essere sempre un’esperienza di indubbio spessore emotivo, tanto forti sono le narrazioni di cui l’aedo calabrese si fa interprete: è stato così in passato per Dissonorata e La borto, e non è diverso per Italianesi, l’inteso monologo sulla tragedia di connazionali rimasti prigionieri in campi di concentramento in Albania, a seguito della dittatura instaurata dopo il secondo conflitto mondiale.
Pagina inspiegabilmente dimenticata dalla storia ufficiale, dietro la saga del protagonista monologante si cela il dramma di donne e bambini, poi diventati uomini, trovatisi a crescere in una realtà coercitiva con sullo sfondo un sogno chiamato Italia: sarto per vocazione, e per professione, il Tonino di Saverio La Ruina tratteggia con grande umanità il percorso di un’esistenza sofferta e travagliata, una vita che poco impiega a diventare simbolo di una condizione di perenne instabilità. Un apolide senza speranza, straniero ovunque nella sua condizione di “italiano in Albania” e di “albanese in Italia”, ma non per questo privo di quella tensione alla libertà con cui, una volta caduto il regime, partirà da Tirana per raggiungere il cuore della Sardegna alla (ri)scoperta delle proprie radici.
Privilegiando la dimensione del racconto alla sperimentazione linguistica, cifra stilistica di altri precedenti allestimenti, Saverio La Ruina definisce con poesia personaggi ed ambienti, mescolando toni popolari ad altri più aulici, in perenne bilico tra quelle dimensioni di sogno e realtà che si risolvono in un italiano vernacolare dagli accenti vagamente esotici: un’accorata narrazione le cui pause son scandite dalle belle musiche di Roberto Cherillo e dai tagli di luce di Dario De Luca, corollario in una scena spoglia e priva di riferimenti, proprio come a tratti l’esistenza del protagonista. Solo la compagnia di una sedia sostiene La Ruina nel suo incedere monologante alla ricerca di un’immagine di quell’Italia solo “dove tutti sono di pittori, musicisti e cantanti”.
Italianesi, finalista all’edizione 2011 del Premio Riccione per il Teatro, suggestiva pagine di un teatro di parola, cui, se da un alto, gioverebbe una maggior brevità nella parabola finale, dall’altro si afferma come testo non solo ben scritto e teatralmente efficace, ma soprattutto necessario in quel percorso di recupero della memoria in cui oggi, più che mai, le nostre coscienze si devono collettivamente impegnare.