Recensione:
Una scena nuda, dominata da uno scranno reale, e sovrastata da un mondo metaforicamente rappresentato, accoglie sul palco i protagonisti di questa pièce teatrale di lungo corso (la compagnia visita i principali teatri italiani dal 2005) caratterizzata dalla presenza di interpreti di indubbio spessore artistico e copioso curriculum classico.
Il palco sapientemente illuminato in penombra, rappresenta efficacemente la cesura tra il palazzo reale di Enrico, luogo oscuro in cui si tessono le trame del potere e si preparano guerre strumentali, dalla locanda gioiosa di Falstaff, scenario goliardico e fannullone dove il popolo annega le sofferenze di una vita povera e trascinata.
In nessun luogo teatrale come nell’Enrico IV, Shakespeare cerca la crasi letteraria tra dramma e commedia, tra denuncia critica dei sistemi di potere egoisticamente strutturati e descrizione amichevole dei contesti sociali spontaneamente evoluti.
Ne fanno tesoro gli interpreti principali, Carlo Simoni (Enrico IV) e Paolo Bonacelli, (Falstaff), tanto lugubre e posato il primo, quanto buffone e trasecolato il secondo, che conducono i due filoni del testo attraverso un’interpretazione convincente e carismatica.
Il regista Bernardi impone un ritmo asciutto e cadenzato, caratterizzato da un’estrema pulizia mimica e da una recitazione sempre contenuta tra le righe disciplinate che l’Opera richiede.
Un’eccessiva manutenzione sul testo (al termine della rivisitazione di Dallagiacoma la pièce ha una durata di due ore e mezza, pari a poco più della metà dell’opera completa) e un’eccessiva attenzione alla rigidità interpretativa influenzano negativamente la resa scenica, deteriorando l’impatto emotivo costruito da Shakespeare (sfuggono, nell’interpretazione, i motivi reali di contrasto tra il Principe di Galles e il sovrano Enrico) che la bravura dei singoli personaggi, non riesce a ricostruire.
Antonio Caldonazzi (Percy) e Corrado D’Elia (Primogenito del Re) appaiono allora livorosi più che energici, le sortite battagliere del conte di Douglas (Stefano Artissunch) si manifestano nevrasteniche piuttosto che adrenaliniche, i duelli di spade a centropalco risultano rumorosi anziché caotici.
Il risultato finale è uno spettacolo di indubbio valore storico e interpretativo, in cui tuttavia si fatica a respirare l’anima della catarsi teatrale, che aleggia a tratti sulla scena senza purtroppo soffermarsi a lungo.
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