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bash

Al teatro Cometa Off di Roma
dal 10.04.2012 al 15.04.2012





Trama:
 Tre atti unici che, con un linguaggio asciutto e di cruda realtà, esplorano l’abisso nel quale sono precipitati personaggi di vita ordinaria che hanno commesso un omicidio.
...continua


Recensione:

 Il buio fitto della scena viene illuminato, in sezioni precise, dai lampi di una luce che sembra seguire il ritmo tragico del destino. Così, i quattro elementi scenici fondamentali (una sedia elettrica, una croce sullo sfondo, una poltrona sul proscenio, un salottino su un lato) appaiono e riaffondano nell'oscurità con la forza e l'inquietudine dei totem. Scritto da Neil Labute in uno stile tanto pulito quanto atroce, Bash è un trittico (le parti s'intitolano, nell'ordine: Medea Redux, Iphigenia in orem, A gangle of saints) che sgomenta per come riesce ad avvinarsi all'oscena facilità con cui un uomo può far del male a un suo simile. L'uccisione di due figli, il pestaggio di un gay: tre storie dense di ritualità, delitti incastonati in un'antropologia antica, di cui il teatro greco è stato forse l'espressione massima.

Giorgia Sinicorni, all'inizio di Medea Redux, dice con sguardo assente che l'uomo no, non ha niente a che fare con le questioni cosmiche e planetarie: ingabbiato, può solo meditare sulle meschinità a cui l'effimero della vita lo costringe. Poi, però, il resto del testo sembra dirci altro. Ci racconta, Labute, di omicidi in cui lo spazio per esercitare il libero arbitrio non era assente: ma i suoi personaggi, nello iato che separa l'istinto dal suo compimento, scelgono il delitto come uno spesso strato di biacca da passare sul volto delle loro vite, conservarne le sicurezze ipocrite, che siano uno stipendio o la certezza della propria sessualità. In una sintassi breve, segmentata, colloquiale, attraversata da una calma lancinante (non a caso il traduttore del testo è il cannibale Ammaniti), questi uomini raccontano la facilità con cui si può evitare di fare i conti con sé stessi. Non c'è retorica, non c'è finzione; forse sarebbe sbagliato dire che non ci sia pentimento: il pentimento sembra piuttosto attraversare l'animo dei tre omicidi come un fiume nero e silenzioso, di cui si farebbe volentieri a meno, ma che nonostante tutto c'è. La disumanità che il testo vuole testimoniare, insomma, ci sembra stare nell'indolenza verso sé stessi, piuttosto che nella fattuale impunità.

Una disumanità incarnata alla perfezione da Alessandro Riceci, interprete di Iphigenia in orem: l'attore fa davvero suo il personaggio, condensa nell'espressione un'angoscia che emerge solo in un sorriso acuto, stirato: sembra aver preso lezioni da Jack Nicholson...Impressiona anche la Sinicorni, per l'apparente facilità con cui attraversa due ruoli radicalmente diversi. L'ottima tecnica dei tre attori, così come il gran lavoro fatto sul testo, sono sicuramente il punto di forza del bash diretto da Leonarda Imbornone. Rimane qualche dubbio su dei cliché di troppo nel testo (tanto che lo stesso autore sente il bisogno di farci autoironia) e su un filo di affettazione nella recitazione: proprio la freddezza di cui abbiamo sottolineato i pregi, infatti, sembra a volte troppo convinta di sé stessa. Stanislavskij direbbe forse che la memoria della parte ha sostituito la reviviscenza vera e propria. Ma è questione di equilibri sottili, variabili, irripetibili.




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COMPAGNIA
DATI SPETTACOLO
Genere: Drammatico
Durata: 80'
Neil LaBute (Autore)
Leonarda Imbornone (Regista)

CAST
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