Da un’opera di Steven Berkoff, attore e regista recentemente apprezzato per i suoi calembour shakespeariani, una messa in scena in danza. Un testo fatto di 39 lettere che si insinuano nelle pieghe del testo dell’Amleto, che intendono scandagliare tutto quello che il Bardo ha lasciato nell’ambiguità, che ne rappresentano dei commenti o un suo “spin off”, incrociando i vari personaggi, la visione del padre, Claudio, Rosencrantz e Guildenstern. Lettere che, nello spettacolo, sono messe in scena come altrettanti “recitativi”, letti impugnando grossi microfoni penzolanti dal soffitto, alternati ai momenti di ballo.
Una scenografia monocromatica, lignea, schematica in cui si stagliano i costumi dei due performer, verde e viola. Camilli entra in scena con una salopette da manovale, scaraventando a terra degli assi e sfruttando così anche un effetto clangore amplificato. Assi che diventeranno delle passerelle, continuamente spostate creando varie geometrie nello spazio su cui danza la Lucenti. Lo spettacolo si chiuderà con lo stesso clangore ma con delle assi stavolta nere: le bare dei personaggi. Camilli / Amleto muta sembianze indossando un impermeabile. Si susseguono momenti di grande eleganza coreografica e composizione scenica. I continui movimenti rotatori dei due danzatori, quasi da dervisci, i due collocati sopra e sotto una panca, una continua tensione sessuale ma anche un sentimento di amor cortese, e preannunci di morte. Si arriva poi a un momento notevole che fa da commento alla scena di teatro nel teatro del terzo atto. Amleto e Ofelia sono gli spettatori seduti su una panca insieme a un teschio e si sentono applausi registrati in un metateatro all’ennesima potenza. E in successione la Lucenti danza con il teschio appoggiato sulla testa, cambiandosi anche d’abito, in una tensione creata dall’equilibrio e dalla costrizione dei movimenti
Un lavoro semplice e secco, dalla grande pulizia dei movimenti e con un notevole coordinamento coreografico.