Recensione:
Uno dei testi minori di Pirandello, dove il disdicevole triangolo amoroso nella società borghese viene riproposto in chiave femminile, con una protagonista donna, Fulvia, che appare in scena, per la prima volta, nell’atto estremo della sua disperazione, un tentativo di suicidio in cui verrà soccorsa dal marito abbandonato. Sopravvissuta, ritorna nella casa del marito, per mettere al mondo un altro figlio e ricominciare sotto mentite spoglie, cambiando nome in Francesca, la medesima vita che aveva costruito e poi distrutto: Come prima, meglio di prima.
Ma l’astio della figlia inconsapevole, e l’umanità pettegola che ruota attorno alla residenza in provincia, la metteranno contro il mito della padrona di casa morta, Fulvia, che lei ormai non è più. Tutto ciò la costringerà a fare i conti col passato, tutto il suo passato riunito, quello di madre e quello di donna libera. Si troverà infine, una volta svelatasi nella sua vera identità alla figlia, di fronte al marito e all’amante Mauri (che follemente innamorato abbandona carriera e famiglia per inseguirla), e sceglierà coraggiosamente di partire con l’amante e la neonata. Finale antiborghese, protofemminista, rivoluzionario e audace per l’epoca, che richiama la Nora ibseniana di Casa di bambola e le eroine di Strindberg.
Tratto dalla novella La veglia e apparso per la prima volta in scena nel 1920, sulla scia del successo de Il giuoco delle parti, qui Pirandello focalizza la propria riflessione nell’approfondimento del tema della dissociazione dell’identità, proprio poco prima del suo successo internazionale con il “teatro nel teatro”. Questo è un testo che, ritenuto “minore”, è stato rappresentato poche volte, ma da grandi attrici (come ad esempio la Proclemer).
L’adattamento di Giuseppe Venetucci per la compagnia stabile del teatro Ghione cerca di snellire e di ridurre all’essenziale il dramma; ma lo fa con una regia statica che, senza movimenti naturali, ma solo simbolici, e con molte battute dette di spalle al pubblico, verso un interlocutore che inerme attende il suo momento, risulta quasi violenta. Con l’eliminazione della cornice formata dalla pettegola e soffocante cittadina di provincia, i dialoghi diventano duelli verbali all’interno del palazzo, dove l’arzigogolo della sintassi prevale sul senso drammatico degli accadimenti, deprimendone l’ironia, e assumendo un tono lugubremente psicologico.
Un tentativo di evitare il melodramma per mettere a nudo l’aggrovigliato intreccio di aspetti paradossali, fitti di inquietudini e angosce, di sentimenti violenti, quasi ossessivi, a volte anche grotteschi, che trova il merito nel rappresentare bene l’inquietudine pirandelliana nell’elaborazione di modelli letterari che vedono al centro la disintegrazione dell’Io.
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