Recensione:
Totò e Didì, Wladimiro ed Estragone, calabresi, incarnano tutti coloro che hanno visto, ma non hanno voce per raccontare. Sono due paesani, persone comuni di un piccolo centro dell’Italia meridionale, Saline Joniche che descrivono l’immobilità della gente comune e del tempo nel Sud calabrese nel continuo ripetersi di avvenimenti drammatici, sanguinari ed illegali.
Cercano di far passare il tempo mentre condividono il dramma del silenzio. Hanno visto dunque sanno, ma non hanno il potere e nemmeno il coraggio di cambiare le cose. Possono solo aspettare, e aspettando gridare, provare a stare zitti, ballare, imprecare, ridere, progettare suicidi e lentamente sopravvivere, impedendo alla ragione di colare a picco. Lo fanno “per non sentire tutte le voci morte che fanno un rumore d’ali”.
Lo spettacolo è caratterizzato dalla commistione di diversi linguaggi teatrali, dal teatro fisico all’interazione ludica. In uno scenario minimalista: due cassette, una bacinella e pochi altri oggetti, si svolge il dramma dell’attesa. Attendono Laura C, come i personaggi beckettiani aspettavano Godot, ma a differenza di questi ultimi conoscono bene cosa attendono e dove si trovano. Si aspettano che lo stato faccia luce e dica finalmente la verità su Laura C ed il suo carico.
Quando il bambino di Beckett, qui impersonato dalla Magistratura, li informa che quel tritolo è stato utilizzato per atroci e noti delitti, i due non possono reagire perché non hanno certezze e sanno bene che “la megghiu parola è chidda ca nun se dice” così la verità rimane celata negli abissi, come il relitto.
Gli episodi drammatici contemporanei a cui la performance fa riferimento e la notevole bravura degli attori, coinvolgono emotivamente il pubblico. Coraggiosamente la compagnia teatrale Residui Teatro sceglie il palcoscenico anche come mezzo di denuncia. Le suggestioni suscitate lasciano infatti ampio spazio a riflessioni piene di amarezza.
La rivisitazione del testo colloca in un contesto non facile, ma perfettamente calzante, le tematiche del vivere moderno che il premio nobel irlandese propose al pubblico nel 1953. Sono oggi più che mai attuali le parole di Beckett: “Le lacrime del mondo sono una quantità costante. Non appena qualcuno si mette a piangere, un altro, da qualche parte, smette. Non parliamo troppo male, perciò, della nostra epoca; non è più infelice delle precedenti”.
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