Recensione:
La preoccupazione e l’imbarazzo di fronte a cambiamenti epocali, l’ansia e il rammarico di sentire la vita scivolare via, il dolore e la consapevolezza della fine. La macchina teatrale incornicia la vita del principe Fabrizio Salina in un momento cruciale, aristocratico in balia dell’onda risorgimentale che si ostina ad ostentare un’indulgenza di comodo dietro cui si nasconde il tormento di un’anima pronta a dare libero sfogo ai propri sentimenti: “Appartengo ad una generazione disgraziata, a cavallo tra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due”.
La Sicilia e i suoi odori, i suoi suoni, i suoi colori sgorgano dalle parole del protagonista diffondendo un sottile strato di fragore nella sala che amplifica l’immagine di quella terra così perfetta nel suo guscio, ma così distruttiva con le sue barriere interne. I personaggi vinti dall’ineluttabilità dell’evento storico in cui si perdono si aggirano come fantocci dal destino già segnato: mentre gli “sciacalli” della borghesia avanzano a don Fabrizio non rimane altro che gridare la sua pena con la fermezza e la forza di un gattopardo che da simbolo araldico diventa metafora di una condizione di vita.
E’ Giuseppe Tomasi stesso a fornirci la chiave di lettura dei personaggi del romanzo, in una lettera ad un amico egli scrive:”ogni parola è stata pesata e molte cose non sono dette chiaramente ma solo accennate”. Confidenza che il regista Andrea Battistini ha fatto propria per impostare il suo “ultimo Gattopardo” in un crescendo di emozioni che trova negli sfoghi del suo protagonista, un Luca Barbareschi ispirato, i punti di forza dell’impianto narrativo un po’ appesantito nel finale.
Grazie all’accurata ricerca filologica del regista che attraverso la lettura di documenti inediti e di appunti epistolari dello scrittore siciliano, autore di uno dei capolavori letterari del secondo Novecento italiano, lo spettacolo si dipana per più di due ore a ritmi vivaci registrando picchi di vivo coinvolgimento.
Il racconto sottostà all’impatto suggestivo della scenografia ideata da Carmelo Giammello, che riesce a trasportare la scena in un tempo sospeso tra la Sicilia di allora e l’Italia di oggi.
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