Recensione:
Pensavamo di saperne abbastanza, del dramma dell'immigrazione e dell’angoscia che procura la povertà. Le ricostruzioni storiche e i racconti dei nostri nonni, capostipiti, magari mai conosciuti, di un’intera generazione andata a cercar fortuna fuori dall’Italia, ci avevano convinto di non avere più bisogno di sapere e capire ancora.
Il viaggio di Felicia sa invece come farci ricredere, mettendoci di fronte alle ombre della barbarie proiettate dal sole della civiltà sul nostro caro Occidente, perennemente in cerca di nuove cavie sulle quali sperimentare il suo superiore senso della Giustizia.
Felicia non ha con sé una valigia di cartone (ché nel nuovo secolo non usano più) ma nel suo borsone da viaggio conserva, senza averne coscienza, gran parte di quel che serve per vincere gli ostacoli (gli stessi del secolo passato) che incontra sul suo cammino di emigrante. Eccola allora lasciarsi alle spalle i pregiudizi che vietano di dar forma alle aspettative, con una sincerità che pare disegnare nuvole di fumetto intorno al suo viso. E fare i conti con l’accidia e l’avversione umana attraverso il pallottoliere di un’ingenuità che arma i cuori.
Ma se “lasciare alle spalle” non può voler dire cancellare gli affetti né dimenticare i sogni, la delicata e forte Felicia imparerà ben presto che le necessità materiali, quando diventano spietate urgenze, fatalmente sbiadiscono gli uni (una madre di colpo cinica e avida) e piombano inesorabilmente gli altri.
Come un pugno che fa più male quando gli si va incontro, i segni della sofferenza fanno irruzione nella vita di Felicia da una direzione inaspettata, procurando più dolore alla sua tenera gaiezza. Eppure nel suo “viaggio” scorgiamo qualcosa di nuovo.
Perché non c’è segno di compatimento in quello che racconta, né esibizione di vittimismo nei suoi appassionati lampi di malinconia. E sono graditi assenti anche quel clima di triste rassegnazione che sa di luogo comune, e il lato opposto, che fa sfociare nell’"ordinaria" ferocia la frustrazione di una condizione di vita disumana. La patina di retorica buonista (e celodurista) si stacca di netto come la matrice del biglietto d’ingresso appena la protagonista (una strepitosa e intensa Federica Bern, di cui sentiremo parlare spesso) appare in scena avvolta in una penombra mossa dalle note che rimandano alla liturgia della Chiesa rumena ortodossa.
Mentre l’"ortodossia" del testo di Claudio Pallottini sta proprio nell’introdurre con naturalezza lo spettatore dentro il mondo di Felicia e rappresentarne il viaggio in modo assolutamente diretto, con una vivacità e un’ironia che rendono la sua vita un bagaglio (pieno di vestiti e foto e sogni) di cui viene spontaneo condividere con piacere il peso, senza per questo sentirsi sollevati dalle responsabilità di una società truce e distorta.
La regia di Marco Simeoli corrisponde efficacemente, e con semplicità, al tono della scrittura, fotografando la protagonista con una forza espressiva che riesce a farne seguire i sospiri e gli sguardi, senza concedere languidezze, né disperderne una lacrima.
E allora l’effetto del sorriso di Felicia è come quello dell’alba, che anche su una coltre di nuvole nere si ostina a dipingere gli accesi colori del sole.
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