Recensione:
Quanto è importante un nome quando si muore di fame? Sul piatto della bilancia il disperato è costretto a mettere le sue origini, la famiglia, il dna, in nome di una sopravvivenza sempre più spesso negata a chi non ha opportuni natali.
Peter Brook porta in Italia un testo di Athol Fugard che appartiene al teatro delle township (1958-1973), scritto sotto il regime dell’apartheid ma di un’attualità sorprendente. Il protagonista della prima parte è un operaio costretto ad assecondare e riverire un padrone che non fa che ostentare potere, creare un’aurea di inesistente mistero e sfruttare il lavoro di uomini ridotti a schiavi grazie alla forza delle macchine. Il racconto di Styles, tratto da una storia vera e scritto sotto dittatura, denuncia il fascismo aziendale odiernamente tollerato in tutto il democratico mondo occidentale. L’acuto regista, alla ricerca di una verità in movimento, inchioda l’ipocrisia della odierna società, ripercorrendone i gesti, le manie di grandezza e le follie produttive.
Pochi elementi scorrono sul palco grazie a rotelle che non permettono a nessuno di mettere radici. Siamo di passaggio su questo pianeta e siamo ridicoli quando tentiamo di attaccarci al rispetto che ci è dato oggi grazie ad un cappello che domani saremo costretti a levare per ossequiare chi si farà minaccioso.
L’arte, la ricerca del proprio originale contributo alla crescita della collettività, l’indipendenza da macchine che non possono riprodurre la creatività umana, diventano gli obiettivi che i personaggi possono perseguire. Prima di arrivare a questa salvezza però, gli emigranti costretti a cercare pane e fortuna in terra straniera devono necessariamente rinunciare alla loro identità, accettare l’ipocrisia delle regole dettate da chi sfrutta a chi non può esimersi dal farsi spremere.
Siamo numeri, anche se chi maneggia le cifre ritiene ormai sconveniente tatuarli sulle nostre braccia. La vita è sempre più ridotta ad una frenetica scalata che non porta verso in paradiso, ma illude chi sale di allontanarsi dall’inferno.
Peter Brook senza nessuna velleità di insegnare, dirige gli attori come un vero maestro di vita. Sa gestire il loro grande talento per porlo al semplice servizio di una verità necessaria. La catartica messa in scena di testi concepiti in cattività socchiude una porta a chi ha la forza di continuare a chiedere autenticità dando in cambio fiducia. In un mondo sempre più ricco di frontiere è ancora una volta il teatro un mezzo efficace per provare ad infrangere il muro dell’ipocrisia.
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