Recensione:
Due atti unici (Fiori di ictus e Passacantando) scritti e diretti da Vincenzo Salemme, uniti nel raccontare una parte dell’universo femminile spesso celato all’occhio maschile. Quello di donne che cercano di vivere il proprio rapporto di coppia con estremo realismo, dove l’amore non è più quello travolgente che brucia i giovani cuori, ma uno stato dei fatti cui adeguarsi.
E’ una situazione paradossale quella di “Fiori di ictus” dove la moglie Lunetta (Adele Pandolsi) e l’amante Maria (Cetty Sommella) si contendono la “gestione” dell’adultero Gaetano (Antonio Guerriero): entrambe ormai disamorate, la contesa non è su chi ci debba stare ma su come lasciarlo al suo destino senza farlo troppo soffrire. I vari botta e risposta fra le due donne divertono per cinismo e fantasia, finendo col ridicolizzare la figura di un uomo ormai considerato alla stregua di un animale domestico. Un po’ sit-com americana (a partire dalla scenografia con tanto di divano frontale al centro del palcoscenico)con sprazzi, almeno concettuali, di La morte ti fa bella, il testo scorre velocemente lasciando perenne il sorriso sul viso dello spettatore.
Più articolato il secondo atto, “Passacantando”. Antonella Cioli nei panni di Emma, porta in scena un “movimentato” monologo. In realtà il suo non è un esplicito “parlar da sola”, i suoi interlocutori sono all’occorrenza l’apprensiva zia che telefona ogni quindici minuti per sincerarsi che tutto sia a posto ed un romantico e muto pianista dell’appartamento di fronte che lancia messaggi attaccati a rose volanti. Così, in una sorta di gioco alla Marzullo dove ci si fa una domanda e ci si dà la risposta, conosciamo la vita di una donna ormai adulta che ha amato e sofferto e che vive col soffocato rimpianto di non avere fatto in passato le scelte giuste. Ma ecco che un semplice equivoco, una nota suonata al momento giusto, quando Emma è sola in casa, rimette in circolo il rosso e l’amaro del sangue. Niente più rimandi con se stessi, solo così si potrà apprezzare ciò che offre il presente e, perché no, cantare senza paura di farsi sentire una canzone, come si faceva quando si era più giovani.
‘E Femmene risulta in definitiva un testo ben scritto e recitato in maniera eccellente dalle tre attrici (su tutte spicca Antonella Cioli, sia per la complessità della parte che per la tipologia del suo atto) che ben colgono l’umorismo all’occorrenza latente o esplicito di Salemme, lasciando che le riflessioni ed i pensieri suggeriti trovino spazio solo a sipario “calato”.
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