Recensione:
Rappresentato per la prima volta a Genova nel 1969, Il funerale del padrone mantiene il proprio vigore satirico anche sul palcoscenico dei nostri giorni, dove è tornato grazie alla magica regia di Massimo di Michele che ne esalta i contenuti mantenendone leggera la forma.
Dinamismo e staticità si alternano sul palco mentre in scena giovanissimi attori si succedono, spesso sovrapponendosi. Subito gli operai scendono dal palco dopo aver mostrato alla platea la camicia rossa del sangue della prossima vittima bianca. Gli attori si confondono col pubblico chiamato a giocare ruoli differenti, ma, estromessi dalla fabbrica occupata, torneranno al loro posto, a recitare un ruolo da sempre troppo stretto.
Il funerale al padrone è un rito per scongiurare il peggio quotidiano, è Arlecchino che si confessa burlando, è un gioco col morto, un tiro alla fune protratto fino al punto antecedente la rottura, sempre minacciata e così esorcizzata.
Decisamente sapiente il riadattamento, un’attualizzazione del testo dal punto di vista politico e sociale che lascia spazio alle ombre di problemi incancreniti e mai risolti. Con ironia lo spettatore si trova ad assistere impunemente alla messa in scena dei delitti più crudeli: dalla tratta degli organi alla mercificazione delle persone e dei valori, dalla corruzione della chiesa alla demagogia della politica. Ho forzato, in un certo senso, i limiti della struttura stessa. Il cerchio sarà chiuso quando si chiuderà il sipario […] scrive nelle note il regista che con abilità tiene in pugno lo spettatore, facendolo divertire e ridere di gusto davanti ai drammi più atroci per poi tornare al punto di partenza. La camicia rossa ricompare in scena indossata dal malcapitato lavoratore di turno, sorteggiato da un destino crudele quanto prevedibile, reso finalmente uomo dal teatro: un uomo come mille, centomila altri lavoratori che crepano nell’indifferenza della morte dilazionata nel tempo e dunque incapace di attirare l’attenzione di una società che ha bisogno, per com-muoversi, di cifre da catastrofe.
Interpreti di talento, i giovani attori dell’Accademia Silvio D’Amico si sono lasciati andare alla follia ed hanno ben calibrato il gioco di ruoli cui erano chiamati; fratelli o nemici che fossero, non hanno mai prestato il fianco alla facile risata nonostante la recitazione forzata e sopra le righe rincarata, con gusto, dai bellissimi costumi dello stilista Marco Dell’Oglio.
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