Recensione:
La scelta di mettere in scena una commedia singolare e anomala come Il ventaglio non può che essere la più appropriata per quel superamento dell’approccio realistico o meglio del realismo psicologico-borghese che Luca Ronconi si è prefissato; approccio che aveva caratterizzato negli anni Cinquanta e Sessanta le grandi regie goldoniane di Visconti e in parte quelle di Strehler che avevano avuto il merito, tra l’altro, di strappare Goldoni a qualsiasi compiaciuta leziosità.
Ronconi ha voluto decisamente cambiar strada. Il cambiamento lo si percepisce immediatamente, subito, all’alzarsi del sipario: i personaggi, tutti completamente in scena, sono immobilizzati in un gelido tableu vivant, l’impressione è quella di un meccanismo che da un momento all’altro inizi a funzionare, a vivere. Infatti l’azione prende il suo avvio, frenetica, meccanica, in più di un momento si ha la sensazione di trovarsi davanti non a personaggi in carne ed ossa ma a delle marionette “umane” infatti è proprio in questo testo che Goldoni recupera i vecchi modelli della Commedia dell’Arte.
La lettura ronconiana della commedia rimane fedele e attenta ma non teme di portare all’esasperazione l’artificiosa meccanicità della struttura testuale. Il regista restituisce integralmente tutta l’abilità drammaturgia con cui Goldoni regola i movimenti dei personaggi come in una sorta di meccanismo a orologeria.
Con la sua attenta regia Ronconi sottolinea magistralmente la sottile malinconia che aleggia in tutta la commedia. L’ottimismo che aveva caratterizzato la produzione dell’autore veneziano negli anni precedenti si era ormai esaurito ed aveva ceduto il passo ad una velata malinconia e ad una crescente sfiducia nella capacità della ragione di regolare i rapporti umani.
È il ventaglio che determina tutta la drammaturgia, è quest’oggetto magico che rivela ai personaggi la loro vera natura, i loro reali sentimenti, scatena furiosi scontri e produce crisi, ad un certo punto sfuggirà dalle mani di Crespino e comincerà a volteggiare in aria quasi per prendersi gioco di tutti i personaggi, mosso dagli stessi impulsi dei protagonisti.
L’interpretazione è affidata ad un cast di ottimo livello composto da giovani attori e storiche glorie del teatro italiano come la straordinaria Giulia Lazzarini nel ruolo della ragionevole vedova, madre di Candida, Geltruda, che cerca inutilmente di mediare attraverso il dialogo i conflitti in corso e Massimo De Francovich nella parte del Conte personaggio sostanzialmente estraneo alla tempesta di cui sono vittime questi borghesi e popolani.
L’imponente scena realizzata da Margherita Palli è in sintonia con gli intenti della regia, dominano grandi e anonimi fondali grigi di fronte ai quali sono sistemati brechtianamente i vari luoghi dell’azione. I colori della scena così come quelli dei bei costumi settecenteschi realizzati da Gabriele Mayer rimangono su delle tonalità molto tenui di grigi-blu e di marroni. Evidenti i riferimenti alla pittura di Longhi e Tiepolo nella costruzione delle pose sceniche.
La partitura sonora, curata da Paolo Terni, risulta molto efficace anche nel restituire quella lieve malinconia che attraversa tutto il testo.
Successo di pubblico per uno spettacolo che sperimenta un nuovo modo di interpretare il grande autore veneziano e giustamente da Parigi a San Pietroburgo si appresta a fare il giro del mondo.
|