Recensione:
La Salome di Richard Strauss, rappresentata per la prima volta a Dresda il 9 dicembre del 1905, di per sé non ha bisogno di presentazioni ed anzi, si può dire che sia persino più famosa dell’omonima opera in francese di Oscar Wilde da cui è tratta. Il Teatro dell’Opera di Roma ha aperto la stagione 2007 con questo atto unico di Strauss, per l’appunto, e se il buon giorno si vede dal mattino bisognerà senza alcun dubbio prestare attenzione alle prossime produzioni in programma presso l’ente operistico della capitale.
La vicenda è nota a tutti, e si basa sul gioco di passioni ed intrighi tra Erode, Erodiade, Salomè e Giovanni Battista, che condurrà al supplizio di quest’ultimo. La partitura di Strauss è articolata sul confronto fra mondo pagano, che ha già in sé i germi della decadenza, ed il mondo cristiano di cui Giovanni Battista è araldo e martire. La sua morte fa di fatto calare una pietra tombale sul mondo precristiano, come dimostra in modo eloquente nel finale l’imponente scenografia di Lorenzo Fonda, in cui la cisterna dove è tenuto progioniero il Battista si trasforma nella sua enorme testa decapitata, come una sorta di apoteosi non priva di una certa sensualità. Tale differenza è evidente nella trattazione di Strauss dei vari personaggi: le parti di Erode e dei suoi soggetti spesso sono caratterizzate da forti dissonanze che rasentano la cacofonia, mentre il battezzatore di Cristo si appoggia in genere su archi dal suono solenne e su nobili ottoni.
La messa in scena di Giorgio Albertazzi non inizia però immediatamente con la musica, ma con un prologo recitato da tre attori, con la voce fuori campo dello stesso regista. Questa scelta, fortemente criticata, ha una duplice funzione. Da una parte permette al pubblico di riprendere familiarità con la vicenda (per chi non conosce il tedesco, i sopratitoli in italiano possono essere spesso un elemento di distrazione) e d’altro canto stabilisce un forte legame con l’opera di Wilde, anche con gli abiti di gusti fin de siécle indossati dagli interpreti. Da quest’ottica anche la scena di nudo integrale della bellissima Maruska Albertazzi non è gratuita, perché secondo le note di regia dello scrittore inglese la famosa danza dei sette veli doveva concludersi con il nudo integrale del soprano. In questo modo tale situazione viene semplicemente anticipata. Da sempre la parte di Salomè ha richiesto soprani con particolari caratteristiche non facili da trovare. Non solo l’aspirante figlia di Erodiade deve comportarsi come una sedicenne in modo credibile sulla scena, ma deve altresì avere caratteristiche vocali molto precise, data l’enorme difficoltà del testo. Francesca Patané si dimostra all’altezza della sfida non solo cimentandosi senza esitazione anche nei passaggi più ostici dal punto di vista vocale, ma anche dimostrando una notevole presenza scenica. L’unico aspetto che può lasciare lievemente perplessi è l’intepretazione della danza dei sette veli, in cui la sensualità di Salomè viene affidata a movimenti quasi meccanici, che possono ricordare le figure danzanti dei carillon. Il cast è di livello altissimo, e bisogna almeno citare Anoosha Golesorkhi, che nel ruolo di Jochanaan si dimostra ancora una volta un baritono di prim’ordine. La direzione di Alain Lombard riesce a districarsi anche nei punti in cui l’orchestra corre il rischio di sovrastare gli interpreti (basti pensare all’imponente apparato di percussioni di cui è dotata). Uno spettacolo per molti versi memorabile dunque, e tra uno degli appuntamenti più importanti di quest’anno.
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