La dignità umana risiede nell’esistenza, tuttavia, in un mondo che ama definirsi civile, questa onorabilità finisce per accorparsi alla rivendicazione di essere un cittadino, di partecipare alla vita pubblica brandendo tra le mani il consenso ad esistere: i documenti, che se da un lato legittimano la presenza nel mondo umano, dall’altro impongono i propri dettami di questa civiltà indotta e unifocale, distante dalla reale evoluzione che la natura prescrisse agli uomini. Questo il tema che Francesco Giuffrè ha sentito di proporre nel suo Cuore di cane, tratto dall’omonimo romanzo di Michail Bulgakov.
La storia è quella di Pallino, uomo di seconda mano, esperimento il cui risultato è questo uomo-cane che ora chiede la giustizia di un riconoscimento ufficiale. Questo nome deriso, disprezzato, diviene via via affermazione di identità, che omologa gli uomini e li unifica ad un disegno comune, ad un piano predisposto: ai diritti ottenuti corrisponde ora il dovere di esistere e continuare a farlo, per il bene dell’intera comunità. Il merito di Giuffrè è quello di comprendere – qualità oggi non comune – l’indirizzo di una storia e rivalutarla al presente: il tema non fa da sfondo ma costituisce lo spettacolo, non “si avverte” ma “si vede”, come sempre dovrebbe fare una riduzione: essere rispettosamente affine al testo.
Questo è ciò che avviene quando non solo il testo ha spunto dalla narrativa, ma è narrativo: Giuffrè racconta una storia e lo fa con le parole e insieme con gli elementi di una scenografia ricca ma semplice, non monumentalizzata ad intralciare l’iter narrativo, né impalpabilmente spoglia, ma adeguata a servire l’evoluzione del racconto: il grammofono, la giostrina, le maschere che lasciano tutti in scena ma escludendone la voce, si infiltrano nella storia e ne creano l’ambito, come fossero da sempre al loro posto. Un “a parte” meritano gli attori: ottimo l’affiatamento e bravissimo Riccardo Scarafoni che affronta con coraggio e sapienza un ruolo difficilissimo, modula una voce canina e segue il mutamento del personaggio come fosse la sua evoluzione: è questo che divide il tentativo di scimmiottare dall’arte di interpretare, la recita dalla recitazione. Unica nota leggermente stonata sono i cambi di scena, introdotti da un fischio deturpante: si avvertono come troppo violenti, rompono l’impianto d’ispirazione che si crea all’ascolto, spogliando il finale del vigore che meriterebbe.
Come spesso nel gusto di Giuffrè grande risalto è dato alla musica, il suono di un’Europa dell’Est marginale, straziata, malinconica, che meglio di ogni altra tradizione sa raccontare l’anima perduta, la cristallizzazione del cuore: un cuore di cane si umanizza a contatto con gli altri, si infanga e diviene il marcio, fintamente evoluto, cuore di uomo; poi l’incrostazione umana si gratta via, una pistola appare in scena ma non sparerà, perchè soltanto la sua funzione sarà quella di restituire a Pallino il suo cuore, genuino e schiettamente puro cuore di cane.