Recensione:
“Ho capito che ti amo/quando ho visto che bastava un tuo ritardo/per sentir svanire in me l'indifferenza/per temere che tu non venissi più”... Tanto bastò. Agli Argentini fu sufficiente la sigla di una telenovela, la calda voce di un cantautore italiano quasi ignorato in casa propria (nemo profeta in patria, si sa) per trascinare l’incredulo Luigi Tenco via dall’aeroporto, via dagli obblighi del servizio militare, via da un’intervista televisiva e fuori in una Buenos Aires festante e colorata, pazza di lui. Pare di vederlo. Ci si immagina la fila di transenne travolte dalla folla, l’espressione piacevolmente attonita del giovane Luigi, la macchina scoperta sulla quale è stato fatto salire per questa minifuga. A sentircelo raccontare da Carlo Lucarelli in persona, pare proprio di vederlo...
Purtroppo l’impressione svanisce durante i rimanenti 70 minuti (secondo più, secondo meno) di Tenco a tempo di tango, progetto lodevole negli intenti ma forse un tantino troppo ambizioso. L’idea di riempire un vuoto non documentato nella vita del musicista genovese è stata però sufficiente per ingolosire il giallista Lucarelli, che ha accettato di scrivere una sceneggiatura in proposito partendo da basi solidamente conosciute: quelle del poliziesco, appunto. A infarcire il tutto, le splendide canzoni del nostro, che però sono merito esclusivo di colui che ormai quarant’anni fa le ha regalate ad un pubblico spesso ingrato.
Ma passiamo alla vicenda narrata sul palco. Siamo nel 1967: Luigi Tenco è già misteriosamente morto in quel di Sanremo e tale Adolfo Faina (Adolfo Margiotta) - sbirro non per supremo impulso, ma per tara genetica - è spedito dal commissariato in Argentina. Obiettivo del poliziotto è scoprire cos’è accaduto a Tenco due anni prima, durante il soggiorno imprevisto a Buenos Aires: qualunque cosa potrebbe contribuire a sciogliere il nodo inestricabile del suo discusso suicidio. In loco, Adolfo farà l’affascinante conoscenza di Angela (Mascia Foschi), che canta nella locanda in cui Tenco aveva cenato ogni sera durante la sua permanenza in terra di tango.
Da lì in poi, nulla avrà più la benché minima sfumatura di giallo e virerà anzi inesorabilmente verso il rosa confetto, lasciando lo spettatore in balìa delle pur splendide musiche e di un’interprete davvero capace quale la Foschi, fedele al debutto nel 2003 con Tango Mujer. Margiotta invece cade spesso preda di gag ritrite, esaspera un accento già sfruttato in TV, non convince quando afflitto; probabilmente, purtroppo, avrebbe dovuto lasciare il canto alla sola voce potente della collega professionista ed evitare così l’effetto parodia, del tutto inopportuno. Se la valentia di Alessandro Nidi al pianoforte e Massimiliano Pitocco al bandoneon è indiscussa, la visione d’insieme data dallo spettacolo è purtroppo confusa, l’amalgama tra musiche e prosa incerto, la magia non riuscita. Gran peccato.
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