Recensione:
Il nuovo lavoro di Monica Giovinazzi, che trae ispirazione dal romanzo Il respiro di Bernhard, conduce il pubblico all’interno della scena, in una prospettiva claustrofobica e opprimente. Pesanti drappi di tessuto grezzo formano le pareti e le separazioni di un ospedale, non un luogo di guarigione, ma uno spaventoso limbo in cui la morte è perennemente in agguato. E poi arrivano loro, le monache, non dispensatrici di conforto spirituale ma bigotte traghettatrici per l’altro mondo. Esse si aggirano fra i malati studiandoli, giudicandoli, cantando inquietanti filastrocche e certificando il loro stato di salute con freddo distacco burocratico. Gli ammalati invece giacciono, sospesi in uno stato che non appartiene né alla vita né alla morte e in cui è pericolosamente semplice dimenticare di compiere un azione comune e necessaria come respirare.
La stessa autrice definisce questo atto unico un lavoro per “muscoli e laringe”, ma in realtà c’è molto di più. Il respiro di Bernhard è organizzato come un’opera musicale in cui la percezione dello spettatore è divisa fra quello che vede e quello che è celato alla vista ma non al suo orecchio. Per via della particolare struttura di scena gli spettatori si dividono in tre sezioni, ciascuna delle quali ha un’esperienza leggermente diversa rispetto alle altre. Voci, suoni e rumori si acavallano e si sovrappongono da ogni direzione in un’agghiacciante sinfonia da nosocomio fatta di sospiri, annunci di servizio, scrosciare di acqua impura e stagnante fino ad arrivare al secco e tagliente scatto delle forbici. Non meno importanti sono i pochi oggetti portati in scena: i catini di metallo, le flebo sospese in alto che ricordano i sacchetti con i pesciolini da luna park e quelle mele che nella vulgata di San Girolamo sono così legate all’idea di “male”. Questi elementi scandiscono rigidamente la vita ospedaliera, fino ad arrivare alla visita dei parenti, momento amato e temuto da chi viene lasciato in solitudine.
Il respiro non è però un cantico di disperazione, ma un inno alla speranza e alla rinascita, alla forza di volontà del malato che solo con le proprie energie può tornare alla vita. Per questo la rimozione della scenografia diventa un atto catartico, liberatorio, un abbraccio energico e tenero nei confronti della vita. Il grido che conclude la piece è un gesto di trionfo che allarga il cuore e mette in disparte il dolore provato. Davvero notevole il lavoro degli esecutori ed il loro controllo del corpo e della voce.
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