Recensione:
C'è una transazione in atto tra un venditore ed un compratore. Tutto avviene nell'ora che volge al desio, nell'oscurità rischiarata dalla luce artificiale, seguendo line rette che si fanno curve per curiosità o paura, per interesse o per suscitare desiderio. Due uomini si incontrano nell'ora in cui tutto è lecito ed è consentito calare la maschera, svestire i panni imposti da una società fatta di rigide regole per indossare quelli che esprimono le bramosie più inconfessabili.
Koltes mette i due prototipi uno di fronte all'altro, consegnando nelle loro mani il futuro della nostra società in dissoluzione. Nella reticenza a manifestare i loro desideri, l'autore disegna le paure e la fame di potere imposta all'uomo fin dalla nascita. Mettere a parte il prossimo delle nostre pulsioni equivale a dargli il potere di manipolarci, di spingerci tra le braccia delle nostre perversioni, alimentando la nostra paura di essere nudi di fronte a chi sa cosa c'è sotto il nostro abito. Il mondo che i personaggi di Koltes disegnano è un universo senza fiducia, senza via d'uscita, dove la paura porta alla solitudine, dove aprire una porta equivale ad un'istigazione a delinquere, dove serrare gli occhi e aspettare è l'unica soluzione per ricevere qualcosa di sorprendentemente piacevole.
La compagnia Kripton mette in scena il capolavoro di Koltes affogando il palcoscenico con tutto ciò che potremmo trovare a Porta Portese dove i banchi dell'antiquariato si fondono con quelli dei russi e degli zingari. Tutto in scena è utile e nello stesso tempo superfluo alla rappresentazione. Le stesse cose si possono intuire senza i gesti e le incorniciature operate dalla chincaglieria, ma Annalisa Bianco e Virginio Liberti, alla possibilità di fruire del testo senza nulla, preferiscono inzeppare la scena di tutto ciò che può essere considerato uno scarto nel quale è ancora riscontrabile un valore. Tali sono i personaggi, abbigliati goffamente, sudati, sporchi, ammiccanti, ubriachi, sofferenti, rifiutati dalla luce, costretti a cercare un riscatto nelle ombre di un posto dove anche il più reietto può acquistare un valore.
Cauteruccio e Di Mauro, splendidi nella loro ricerca della reazione allo schifo, cercano dall'inizio un contatto con quel pubblico al quale non risparmiano polvere, schizzi d'acqua sputati all'insù, fiori finti richiesti a fine rappresentazione, ma soprattutto sordide occhiate tanto naturali da far credere di avercela con qualcuno in particolare che si distrae o mostra troppa attenzione al loro abile spaccio di sensazioni. Tanto sporchi quanto asciutti e rigorosi, tanto distanti quanto in sintonia e indispensabili l'uno all'altro per travolgere il pubblico in un tourbillon che li conduce ad un finale dove si apre il mercato e il loro duello, fino ad allora verbale, si concretizza in una sfida all'ultimo inutile prodotto, rigorosamente di marca.
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