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Ossigeno

Al teatro India di Roma
dal 29.06.2007 al 30.06.2007





Trama:
"Questa sera ascolterete dieci composizioni da un album nuovo: Ossigeno" . Inizia così lo spettacolo che mette in scena questo testo del pluri-premiato giovane autore russo Ivan Vyrypaev. Con la sua particolare struttura ritmica pop e le sue forti tinte politiche permeate di ironia beffarda, Ossigeno racconta di Andrea e Andrea, due giovani che che si innamorano e che, attraverso la storia sgangherata e tragica del loro amore, ci parlano di come una generazione, quella nata negli anni settanta, abbia ereditato un mondo ormai consumato.
...continua


Recensione:
Le forme della comunicazione possono essere molteplici, almeno tante quanto differenti sono le sensibilità. In modo diretto o trasversale, neutrale o partecipe essa raramente però trova un filo conduttore che possa giustificarla, nobilitarne il fondamento, accordandole perciò la facoltà di interagire con i destinatari in modo assiomatico. Questo filo è il senso , nella duplice accezione di significato intrinseco e di percezione di ciò che avviene all’esterno. Senso che produce effetti su chiunque di noi sia capace di sentire i brividi non solo quando fuori fa freddo. E’ questo l’affascinante quid in più dello spettacolo Ossigeno , che ne fa una vera performance interessante e inesorabile. Ed è questa la potente arma di offesa/difesa in possesso del Teatrino Clandestino , che fa del suo modo di fare teatro un’autentica esplosione non convenzionale di espressioni, contenuti e messaggi. Il nesso, impercettibile ai più, che ci grida e canta in faccia, tra ciò che accade nel mondo intorno e accanto a noi e la nostra umile, provinciale, fiera, ipocrita, coraggiosa, asfittica e immorale vita.. Certo il Teatrino Clandestino comunica, eccome, non si accontenta di accennare spunti, proporre riflessioni, lanciare suggerimenti nell’aria, sospesi come bolle di sapone che il volenteroso spettatore dovrà poi far scoppiare per il suo esclusivo divertimento. La comunicazione che Fiorenza Menni e Marco Cavalcoli sciorinano, pompando ritmo e iniettando vibrazioni elettro-rock senza sosta, con una foga apparentemente senza logica, pulsa e trapassa dalla cornice di neon rosso che li inchioda o li sputa via lontano, esaltando una tendenza artistica coinvolgente la cui forma estetica si pone a metà tra l’avanguardia sperimentale ed un crudo, prevaricante e autarchico neorealismo. Ma sempre pronto a ridisegnarsi attimo dopo attimo. I Clandestini attraversano con sfrontatezza i chilometri di autostrada che collegano Mosca alla pianura Padana, e poi giù fino al nostro cuore, dove riecheggiano i rombi furiosi dei Tir colmi dei comandamenti bugiardi che governano il mondo, merce avariata per gli ipermercati culturali dell’occidente. Li costringono a fermarsi, e pagare il pedaggio, mai abbastanza alto, per le nostre coscienze devastate da tanta rabbia e tanta ipocrisia. Andrea e Andrea, personaggi vivi e giovani, amanti indifesi e vulnerabili, si inventano dj, e invitano il pubblico a seguirli, a proprio rischio e pericolo, in un viaggio, un ballo, scandito da orrori e ritmo, psichedelia e verità, vangate in pieno petto e teneri baci. Quel pubblico che viene privato della sua inconsapevole, ma del tutto consueta, veste di consumatore (dice niente questa parola..?) attraverso una costruzione scenica molto ben strutturata, ideata da un delirante architetto delle immagini, per essere trascinato, scalzo e sghembo, verso l’orizzonte dimensionale del proprio doppio: quel gemello irriconoscibile, amico o sosia, rinnegato fino a diventare oscuro compagno e nemico. Portatore insano della malattia che nasce e si rifugia nell’infinitamente piccolo delle nostre meschinità, coccolate e nutrite da quella madre premurosa chiamata società moderna. Da tutto questo scaturisce uno spettacolo molto bello e faticoso, insieme fisico e intellettivo, che dimostra l’altrimenti indimostrabile, che canta le cicatrici mal rimarginate di piaghe del corpo sociale, e mette in musica il silenzio dell’apatia con l’ipnotica aggressività recitativa dei protagonisti. Fino a sciogliersi in una liberatoria confessione collettiva. Ecco allora il grande valore e il merito della drammaturgia dell’autore Ivan Vyrypaev, che si rivela tutto nell’aver dato consistenza a quella malattia invisibile e incolore come l’aria (o come il rifiuto di responsabilità) con una efficacia senza precedenti, attraverso lucide analisi e parole tragiche e disarmanti, lanciate addosso dai due protagonisti a tempo di musica e fatte roteare come un coltello affilato. Così vicino alle nostre orecchie da suggerirci il sospetto e la paura di averle pronunciate noi.


Curiosità:
Una costruzione scenica ben strutturata trascina il pubblico, scalzo e sghembo, dentro uno spettacolo bello e faticoso, fisico e intellettivo.
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COMPAGNIA
DATI SPETTACOLO
Genere: NON SPECIFICATO
Durata: 75
Ivan Vyrypaev (Autore)
Pietro Babina (Adattamento)

CAST
Fiorenza Menni (Attore)
Marco Cavalcoli (Attore)
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