Recensione:
“Dal cuore dell’inferno fino all’ultimo pensiero” per descrivere più che agire sul palco “gli orrori dell’abisso”. Da Melville a Shakespeare, passando per Dante: eppure la letteratura, che qui simboleggia il viaggio dell’uomo verso la conoscenza, non basta a dare spessore ad uno spettacolo che sceglie un romanzo per metterlo in scena in un teatro. La suggestiva scenografia, il disegno luci ideato dal regista stesso, le musiche e le valide interpretazioni attoriali non sono supportate da una comunicazione emotivamente profonda che dia senso alla scelta del mezzo teatrale. Pare che la ridondanza di elementi, di accessori, di sovra-testi rischi di caricare il senso al punto di svuotarlo di un contenuto univoco, o perlomeno emotivamente definito.
Ismaele dice di voler vedere cos’è la caccia, di voler “conoscere la visione acquea del mondo”, ma ha un ruolo ben definito: è colui che si trova sulla nave allo scopo di sopravvivere per raccontare. Ismaele riconosce il male e non riesce a stargli lontano, perché deve avere memoria per raccontare. “Chi è l’uomo per sopravvivere a Dio? La follia umana è più astuta dell’uomo. La follia umana è senza confini, più della vita.”
Il capitano Achab di Latella è un letterato, non ha nulla dell’uomo di mare: non la potenza, non l’andamento, non l’ardore. Chiuso in una scatola piena di libri che consulta, studia e rigetta, impartisce ordini ad un equipaggio distante dal suo desiderio. La scena si svolge mentre lui sembra essere altrove. Non c’è lotta con la balena se non dentro il suo animo tormentato che nel finale cede il passo alla stanchezza, al dubbio che rode l’uomo e lo rende “finito”, predestinato al fallimento, o predisposto all’accettazione del suo essere finitamente mortale.
“Sono stanco a morte, barcollante sotto il cumulo dei secoli”: quella di Achab-Albertazzi è un’ossessione addolcita dalla senilità. Moby Dick lo ha reso zoppo sul cammino della vita eppure lui afferma che “la sua anima si muove su migliaia di gambe”. Quella spettrale bianchezza, quel pallore, quell’oceanico bianco lo terrorizzano ed insieme lo invadono, lo accecano, lo eccitano. Ma quella malizia, quella sete di conoscenza, quel riscatto vivranno solo grazie al testimone. Se non ci fosse Ismalele Achab non potrebbe finalmente lasciarsi divorare dal bianco: “Potrai guardare Ismaele, perché vivrai oltre il dolore del bianco. Guarderai avanti perché tu sopravvivrai”.
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