Recensione:
In prima nazionale al Teatro Della Cometa di Roma, debutta la tenera ed alterna vicenda di vita di Geraldina e Tommaso, delineata dalla realistica mano di Enrico Maria La Manna, che mette in scena il testo di Adriano Bennicelli, vincitore della II edizione del Premio di scrittura teatrale Diego Fabbri.
Scandita da un metronomo in sottofondo, la vita di Gerri e Tom, alla ricerca di un incastro non solo metafisico, si scontra con i paradossi della matematica. Nel V secolo a.C. Euclide scopre che la radice di due è un numero irrazionale tramite una dimostrazione per assurdo, ovvero secondo il noto procedimento matematico che prova a prender per vero il contrario e lo nega. Ma se in matematica la radice di due genera un numero irrazionale, spesso accade nella vita che le formule non spieghino le incongruenze, le fatalità, le attrazioni e le repulsioni fra gli individui.
Le anime dei protagonisti, brillantemente interpretati da Edy Angelillo, nei panni del prototipo già visto di una maniaco-depressiva, e Michele La Ginestra, nel ruolo di un ingenuo semplicione che conquista il pubblico con una risata genuina, sembrano seguire le stesse paradossali logiche del procedimento euclideo. Si avvicinano e si allontanano, attraversano la vita come due rette che a volte si intersecano, altre viaggiano parallele, altre si arrotolano in calcoli complessi di cui non si vede la fine. Lo scopo ultimo, il senso, vengono a mancare. A cosa serve la matematica? A far quadrare il mondo? A dare regole uguali per tutti che tutto spieghino? A semplificare, ad inaridire, ad elevare?
Persino i colpi bassi della vita, che nel finale sembrano schiacciare i nostri teneri affezionati, vengono affrontati con incantata leggerezza. E come quando da bambini era possibile inventare un’altra vita, se quella che avevi non ti piaceva, così i due si crogiolano nell’amara spensieratezza di un prima e di un poi ancora da scoprire perché, come le rette che formano un grafico su un foglio a quadretti, prima di entrare nel quaderno erano altro e oltre quel quaderno non si può sapere dove andranno a finire.
Il testo, molto ben congegnato, offre lievi ma efficaci spunti di riflessione, senza appesantire e senza incombere sui fruitori, che, nel gioco frizzante e ritmato fra i protagonisti, riscoprono le semplici verità nascoste nella tenerezza di un ricordo comune, nelle difficoltà ad accettare la propria realtà, nei sorrisi ingenui, nell’animo tormentato di chi ricerca disperatamente di rendersi speciale ed unica, ed ama un uomo che è capace di una semplicità tanto disarmante quanto infinitamente desiderabile.
La tenerezza è indubbiamente la nota dominante dell’opera. Anche la regia mantiene i rapporti fra i personaggi sul registro dell’affezione reciproca. Manca la passione smodata, i fragori dell’emozione sono altrove, ma si cammina verso un dove che non è importante, secondo logiche che, come quelle matematiche, non hanno bisogno di troppe spiegazioni perché le dimostrazioni, persino quelle “per assurdo”, bastano.
La scenografia estremamente scarna indebolisce la messa in scena, come il sottofondo musicale che a tratti stona ed in altri momenti è superfluo. Forse l’intento era quello di non delineare in modo troppo netto i contorni di questo spettacolo che ha il pregio di regalare pennellate di autentica realtà con una dolcezza lieve di fondo che vuole scaldare il cuore senza scuoterlo troppo.
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