Recensione:
Otto maggio millenovecentosessantaquattro: “Non ho l’età”, “Ventiquattromila baci”, “Come te non c’è nessuno”…. L’introduzione non lascia adito a dubbi, proiettando lo spettatore direttamente nei favolosi anni ’60, nell’Italia del boom economico, in un ambiente familiare che come il Paese, cerca di emanciparsi. Al centro è il ritratto di una giovane coppia che passa il tempo a litigare, nel tentativo goffo ed amorevole di trovare un equilibrio.
A ritmo dei temi più noti, dal chachacha al tiptap, la commedia musicale si sviluppa come una lunga schermaglia da innamorati. I due interpreti sono bravi ed affiatati, Chiara Noschese, soprattutto, che passa con disinvoltura anche attraverso ruoli minori, mostrando ancora una volta una versatilità vocale di notevole portata. Fanno loro da contorno otto ballerini, che movimentano i loro nostalgici ricordi, e la tartaruga, la piccola mascotte a cui Lorenzo tanto tiene, simbolicamente il ritratto di una vita nel guscio, chiusa in confini piccolo borghesi.
Il testo, divertente e leggermente modernizzato nel linguaggio rispetto all’originale, ha un buon ritmo e strappa sorrisi e risate pur conservando intatto lo spirito e l’ingenuità dell’epoca. L’impostazione resta decisamente classica, anche per quanto riguarda coreografie e scene, ma il tutto è ancora più che godibile e, trattandosi dichiaratamente di un “omaggio a Garinei e Giovannini”, assolutamente ben allestito.
L’umorismo, vintage come l’arredamento, strappa tuttavia ancora sonore risate. E le coreografie, in perfetto stile con il tutto, sostengono coerentemente questo allestimento che, insieme agli altri lavori dei due autori, segna la nascita di un genere: la commedia musicale italiana. I loro lavori hanno raccontato con ironia, divertimento e classe la storia del costume italiano degli ultimi ‘50 anni ed il loro stile, bonario ed ottimista, ha il dono di presentare con leggerezza temi universali.
Presentata per la prima volta al Teatro Sistina di Roma nell’ottobre del 1964 con Renato Rascel e Delia Scala come protagonisti, “Il giorno della tartaruga” doveva essere piuttosto “rivoluzionaria”. La commedia infatti riduce la maestosità dei musical ad un interno domestico, e l’epica delle grandi storie ad un anonimo interno domestico in cui due anonimi Lorenzo e Maria semplicemente conducono una schermaglia all’insegna di valori piccolo borghesi. Inoltre, per la prima volta nel teatro italiano, l’unità temporale del racconto veniva spezzata per far filtrare in modo caotico e casuale l’elemento del ricordo.
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