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La creatività politica di FAHRENHEIT 2.0
a cura di Roberto Canavesi
Quando a teatro si fa un passo indietro lasciando spazio alla pulsione della creatività  
A teatro, nella stragrande maggioranza dei casi, si va per assistere ad uno spettacolo: bello o brutto che sia, divertente o meno che possa risultare, lo spettatore prende posto nella sala e per il tempo richiesto partecipa al racconto di una storia. Può però capitare che il medesimo spettatore diventi parte integrante, addirittura coautore, di un’esperienza collettiva, happening culturale dove la rappresentazione lascia spazio alla condivisione di un progetto dalle solide fondamenta e dal futuro tutto da scrivere.

E’ questo il caso di Fahrenheit 2.0, format ideato da il Mulino di Amleto con la supervisione di Marco Lorenzi ed Alba Maria Porto giunto alla sua seconda edizione dopo un ciclo di quindici incontri itineranti che hanno coinvolto decine di lettori/spettatori nei tre mesi di appuntamenti: di lettori si scrive perché di libri si parla, e lo si fa partendo da una domanda affatto trascurabile come "qual è il libro che salveresti dal rogo?": interrogativo tanto provocatorio, i libri non andrebbero mai bruciati, quanto stimolante per una riflessione collettiva che ha trasformato le due serate conclusive del progetto, inserite nella programmazione di FTT – Fertili Terreni Teatro, in un’occasione di incontro e discussione a tutto campo.

I performer Elena Aimone, Mauro Bernardi, Paola Giglio, Christian Di Filippo e Agnese Mercati delimitano i confini di un possibile sentiero di indagine partendo proprio dal libro che salverebbero: da Jose Saramago a Milan Kundera, da Lucia Berlin a Fëdor Dostoevskij, passando per Édouard Louis, questi i cinque autori scelti per le altrettante performance agite in stretta simbiosi con il pubblico. Intendiamoci, non sono estratti di spettacoli, né forse mai lo diventeranno, ma quello che conta è il coraggio di uscire allo scoperto, la volontà di sparigliare le carte mettendo sul tavolo un insieme di possibili suggestioni, stimoli per quella riflessione condivisa di cui in questo periodo si avverte quanto mai il bisogno.

Fahrenheit 2.0 è prima di tutto un atto politico, e lo è nel senso più nobile del termine: un invito a mettersi in gioco volutamente incuranti degli aspetti più concreti del fare teatro, (allestimento e regia, produzione e distribuzione): è creazione artistica allo stato puro senza se e senza ma, occasione di incontro per una comunità di persone dove non ci sono registi, attori, spettatori, ma solo lettori chiamati a difendere strenuamente il diritto alla cultura all'interno di un contesto che diventa rito collettivo: un coinvolgente momento catartico sancito dal simbolico epilogo in cui tutti, nessuno escluso, si trovano a leggere a voce alta l’incipit del libro portato da casa nell'ideale tentativo di sottrarlo al rogo della barbaria culturale.
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