con Gloria Busti, Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua, Maria Grazia Sughi
scene e costumi Giuseppe Di Morabito; luci Stefano Bardelli; suono Gerets; collaborazione artistica Ksenjia Martinovic; movimento Ester Guntin
Teatro di Sardegna, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatri di Bari
Con queste due specifiche prende forma un racconto lungo tre generazioni: una nonna matriarca, due figlie se possibili mai così diverse ed altrettante sorelle-nipoti tra loro poco simili. Curioso impianto di fantasia, potrebbe pensare qualcuno, se non fosse che al centro della vicenda troviamo la storia famigliare della Filograno, a partire dall'ambientazione nel Villino Tajani edificato con sacrificio ad inizio Novecento dal capostipite, ed ancor oggi buon retiro dove trascorrere estati sempre uguali, scandite da gesti ripetuti ad abitudini consolidate, che lo trasformano in luogo della mente più che spazio fisico.
Nella scena ideata da Giuseppe di Morabito, suoi anche gli scultorei costumi di impronta archetipica, ambiente sospeso nel vuoto più volte sferzato dal vento e bagnato da un mare che protegge e consola, con piccoli pannelli-sipario calati dall'alto a nascondere ora questa ora l'altra interprete, prende forma il racconto delle diverse esistenze con le rosse luci di Stefano Bardelli illuminare le istantanee delle cinque protagoniste: e se di fatto nulla succede a livello di intreccio e di azione scenica, facendo erroneamente pensare ad uno spettacolo monotono e monocorde, molto invece accade leggendo tra le pieghe di una scrittura ora leggera, ora più articolata, sempre meditata nella definizione di un ritratto famigliare in continua evoluzione.
L'impressione è che il testo sia esito finale di continue sistemazioni, riletture ed aggiustamenti, quasi a voler certificare lo scorrere di quel tempo vissuto e respirato dalle protagoniste: tanti più che il grosso del lavoro lo fanno proprio loro, la matriarca che Maria Grazia Sughi ritrae con autorevolezza ed ironia come le due figlie della generazione di mezzo, la madre donna in carriera di Simona Senzacqua o la zia dal pollice verde che Francesca Porrini amabilmente disegna con posture e recitazione grottesche. Da ultimo l'inquieta sorella psicologa che Gloria Busti arricchisce di quel tocco da ribelle, presente in tutte le famiglie, e l'io narrante dell'autrice chiamata a recitare sé stessa, personaggio vivo come voce fuori campo a commentare didascalie ed "a parte".
Cinque tessere multiformi a comporre l'articolato mosaico famigliare con in risalto i meccanismi di un impianto di relazioni sociali e famigliari, intime e personali, dove la presenza maschile è ridotta a ectoplasma etereo e fuggevole: in fin dei conti l'Uomo è ciò di cui le donne del Villino hanno imparato nel tempo a fare a meno, senza con questo privarsi del gusto di provare emozioni forti. Lo dimostrano i settanta minuti filati di un racconto con l'universalità del femminile tradotta dalle applaudite attrici in una recitazione aliena da toni realistici, semmai decisamente stilizzata e per questo paradigmatica di un'insieme di esistenze nella loro diversità destinate a confluire ad un approdo comune.
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