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Il Pirandello dimenticato di O DI UNO O DI NESSUNO
a cura di Roberto Canavesi
Visto al Teatro Gobetti di Torino venerdì 23 gennaio 2026
da Luigi Pirandello

adattamento e regia Fabrizio Falco 

con Giovanni Alfieri, Federica D’Angelo, Fabrizio Falco, Giancarlo Latina 

aiuto regia Eugenio Sorrentino; spazio scenico Luca Mannino; musiche originali Sergio Beercock 

Teatro Libero di Palermo
Il pregio principale di O di uno o di nessuno, inedito copione adattato e diretto da Fabrizio Falco per il Teatro Libero di Palermo, è far riemergere dal dimenticatoio un Pirandello forse minore quanto ai più sconosciuto, testo scritto nel 1929 che proprio a Torino debuttò su di un palcoscenico: a rileggere oggi il surreale racconto di Tito e Carlino, anonimi travet ministeriali decisi a condividere Melina, donna dal discutibile passato, fino a quando la stessa non confesserà l'imminente maternità senza la certezza di chi sia il padre, si rimane infatti colpiti dal proliferare di tematiche tipicamente pirandelliane destinate a render forma in un gioco al massacro collettivo. Da una parte si vedranno i due uomini macerarsi e tormentarsi compromettendo un'amicizia consolidata, dall'altra la donna intraprendere la personale battaglia per indipendenza e libertà alla fine pagate a carissimo prezzo.

Il rapporto uomo-donna e la visione/concezione del femminile, ma anche quell'umorismo, alias sentimento del contrario, dalla celebre immagine dell'omonimo saggio con l'anziana donna imbellettata ritornare a più riprese in numerose opere "spostando" la percezione del lettore/spettatore da toni ora da dramma, ora da commedia, financo di una possibile tragedia: tra le righe di O di uno o di nessuno tutto questo risalta con palese evidenza, rendendo agli occhi di oggi la commedia spiazzante bignami della poetica del suo autore pur in un intreccio riconducibile al periodo fascista, come peraltro testimoniato dai non pochi segnali dell'imperante maschilismo. Da queste premesse, pienamente consapevole di come limitarsi ad attualizzare l'originale impianto avrebbe potuto esporre l'intera operazione a non trascurabili rischi, nel suo adattamento Fabrizio Falco lavora di fioretto più che di sciabola, contaminando qua è là il testo di azioni e gesti dal forte simbolismo, a partire dalle sequenze iniziali recitate senza parlare in un'atmosfera da pantomima. Ed ancora, di fronte al finale da Pirandello bruciato in maniera un po' troppo sbrigativa, Falco sceglie di riscrivere l'epilogo facendo propria quella libertà interpretativa che, sempre, dovrebbe essere prassi consolidata nell'adattamento dei grandi classici.

Esito finale sono settanta minuti filati nello spazio scenico minimal di Luca Mannino, due letti, qualche sedia, lampade e un fondale scuro, a disegnare gli ambienti di un racconto che, oltre allo stesso Falco, ha in Giovanni Alfieri, Federica D'Angelo e Giancarlo Latina, i meritevoli interpreti dell'operazione di riscoperta teatrale: recupero di un'opera dai non pochi risvolti di interesse ancor oggi in grado di farsi apprezzare, al netto del restyling mirato alla necessaria decontestualizzazione, creando un trait d'union con il presente, mantenendo desta l'attenzione su tematiche e trattazioni quanto mai attuali seguendo la ciclicità della storia.
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