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Al di là del mito ANTIGONE diventa idea assoluta
a cura di Roberto Canavesi
Visto al Teatro Astra di Torino mercoledì 28 gennaio 2026
di Jean Anouilh 

traduzione Andrea Rodighiero; regia Roberto Latini 

con Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza 

scene Gregorio Zurla; costumi Gianluca Sbicca; musica e suono Gianluca Misiti; luci e direzione tecnica Max Mugnai in collaborazione con Bàste Sartoria 

produzione Teatro Nazionale di Roma, Teatro Vascello – La Fabbrica dell’Attore
Si inizia e si finisce allo stesso modo con la presenza neutra di una figura narrante di fronte ad un leggìo, con un piazzato sulla testa, prima ad introdurre quello che si sarebbe di lì a poco visto, dopo a commentare i funesti esiti del racconto: in mezzo, in cento minuti filati, si sviluppa la parabola dell'Antigone di Jean Anouilh riletta da Roberto Latini, artista sempre divisivo ora artefice di un adattamento del testo scritto in pieni anni Quaranta per il quale si ritaglia il ruolo en travestì della protagonista.

Messa da parte la sinossi di un mito da tutti conosciuto, Antigone è la giovane figlia di Edipo che, in totale spregio delle leggi terrene, mossa dalle ragioni del cuore sfida le ragioni del potere, leggasi Creonte re di Tebe, per dare eguale sepoltura a fratelli Eteocle e Polinice, dopo l'introduzione della narratrice si entra subito in una dimensione "altra": i personaggi perdono materialità e fisicità, diventano idee, concetti astratti, l'uomo Antigone inizia il suo percorso muovendosi tra la platea quasi volesse spargere tra il pubblico i semi del suo pensiero, della sua filosofia di vita, almeno quanto Creonte diventa il suo opposto, simbolo di una non azione che cozza contro l'altrui istinto rivoluzionario. Con il passare dei minuti più che un succedersi di azioni e di fatti prende forma la manifestazione di un'idea assoluta per la cui rappresentazione si ricorre all'uso della maschera, trait d'union tra il pensiero ed il gesto che assolutizza il messaggio del mito rendendolo a noi ancora più prossimo.

Zio sovrano e nipote ribelle, ma anche Ismene ed Emone, sorella e promesso sposo di Antigone, o la nutrice, il coro e il codazzo di servitori regali: ciascun personaggio nella propria esteriorità mascherata si fa portavoce con forza della parola sofoclea, da cui Anouilh nel 1941 partì per la sua rilettura attualizzata, interrogando ancor oggi lo spettatore sul peso della scelta, su quanto, in ogni epoca e ad ogni latitudine, l'azione del singolo possa modificare il corso della storia: tutto questo prende forma in un'ambientazione lontanamente underground con quel che resta della polis tebana ridotto a cumulo di schermi televisivi, la scena è di Gregorio Zurla, spazio fuori dal tempo, al pari dei costumi di Gianluca Sbicca, con Antigone combattere la sua personale battaglia in nome del libero arbitrio, come peraltro ci ricorda il monito "tutte le scelte che non hai fatto ti hanno portato adesso qui" che accompagna i pubblico all'uscita dalla sala.

Se i commenti a caldo si dividono tra entusiastiche celebrazioni e profondi dubbi, quel che rimane è la consapevolezza di un progetto capace di mettere in crisi, attraverso il gioco delle maschere, alcuni fondamenti del nostro pensiero, riproponendo l'eterno dilemma tra legge del cuore e legge dello stato: riferito dell'Antigone puro istinto giovanile di Roberto Latini, al solito a suo agio nello spaziare tra differenti registri e modulazioni vocali, cui si affianca Manuela Kustermann nei panni della Nutrice e del Coro, Francesca Mazza disegna con eccellente bravura un Creonte atipico, in questo perfettamente in linea con i dettami di Anouilh, sovrano affezionato alla nipote che vorrebbe salvare se solo la stessa modificasse il proprio pensiero. Ed ancora, Silvia Battaglio incarna con efficacia quel coraggio di cui l'Ismene di Anouilh è maggiormente depositaria rispetto all’omologa sofoclea, sorella più esposta nel sostenere il proposito di Antigone cui l'interprete regala empatia emotiva in contrasto ad una ricercata rigidità corporea, mentre Ilaria Drago si divide tra il ruolo istituzionale della guardia dalle goffe movenze e l'umanissimo ritratto di Emone, lui sì incarnazione tragica di un destino verso il quale non può opporre resistenza.
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