regia, video e adattamento drammaturgico Ivonne Capece
con Sergio Leone, Pietro De Tommasi, Daniele Di Pietro, Cristian Zandonella
interpreti in video Tindaro Granata, Arianna Scommegna, Pasquale Montemurro, Marco Té, Samuele Finocchiaro, Stefano Carenza, Pietro Savoi, Lorenzo Vio, Ioana Miruna, Penelope Sangiorgi, Barbara Capece, Luigi de Luca, Pietro Giannuso, Giuseppina Manaresi, Olmo Broglia Anghinoni
scene Rosita Vallefuoco; assistente alla scenografia Michele Lubrano Lavadera; videomaking e regia video Ivonne Capece; costumi e concept visivo Micol Vighi; sound designer Simone Arganini; light designer Luigi Biondi; riprese Antar Corrado; post-produzione video Domenico Parrino; assistente alla regia Micol Vighi; assistenti volontari Barbara Capece, Luigi de Luca, Pasquale Montemurro; responsabile di produzione Nadia Fiorio
produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale, TPE Teatro Piemonte Europa, Teatri di Bari, Fondazione Teatro di Napoli, Teatro di Sardegna
Definite le coordinate spazio a cento minuti filati di un spettacolo a due facce con il sanguinoso assassinio di un giovane romano, tra fiumi di coca e relazioni malate, depauperato di ogni dato onomastico, preferendo un anonimo racconto pregno di simbolismo con la Capitale, la città dei vivi, risplendere nei busti scenografici di antiche divinità ed imperatori dove proiettare ologrammi animati con cui i quattro interpreti dialogano ed interagiscono: e se del terzetto di giovani, delle loro esistenze deviate e corrotte, poco si scopre, è l’ambiente, il contesto umano e sociale, a risultare protagonista anche, se non soprattutto, per la figura straniata del narratore, uomo fuori dal tempo cui Capece affida il ruolo di trait d'union tra matrice letteraria e prodotto scenico.
Non voce avulsa dal racconto, semmai testimonianza viva e diretta del dramma dei giovani, le parole di Sergio Leone (nomen omen) sono quelle di un regista occulto, coscienza morale di una vicenda che indaga un disagio generazionale destinato a palesarsi in tutta la sua drammatica violenza: non è quindi forse un caso che nel momento in cui il narratore esce di scena l'impianto inizia a scricchiolare per un finale, cui gioverebbe maggior sintesi, in cui a Pietro De Tommasi, Daniele Di Pietro e Cristian Zandonella è affidato il compito di rappresentare le molte facce del male che aggredisce le menti per stravolgere i corpi. Tanto raccolta e sostanziale la prima parte, quanto bulimica e ingorda la seconda con i corpi seminudi degli interpreti disegnare carnalità ed efferatezza dell'agire umano.
Questione di prospettiva, ne siamo consapevoli, che spiazzano lo spettatore alla fine investito da una serie di immagini e situazioni assai lontane dalla rappresentazione letteraria a vantaggio di una figurazione artistica che chiama in causa differenti linguaggi espressivi, dalla parole all'immagine passando per il suono: e se di semplice ispirazione, e non di adattamento, si diceva all'inizio nel rapporto tra spettacolo e romanzo, a La città dei vivi accolta con convinti e ripetuti applausi va riconosciuto il merito di aver affrontato senza filtri l'urgenza di un'indagine sulla beluinità del male, questioni "eterne" riferibili non solo alla "città eterna", semmai morbo in potenza capace di insinuarsi con devastanti conseguenze nelle menti di ogni persona.
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