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La rivoluzione la si progetta in una BREVE APOLOGIA DEL CAOS PER ECCESSO DI TESTOSTERONE NELLE STRADE DI MANHATTAN...
a cura di Roberto Canavesi
Visto al Teatro Gobetti di Torino martedì 28 aprile 2026
di Santiago Sanguinetti 

adattamento e regia Simone Luglio; traduttrice e assistente alla regia Teresa Vila

con Simone Luglio, Daniele Marmi, Eleonora Angioletti, Giorgio Castagna 

disegno luci e suono Piermarco Lunghi 

La Filostoccola in collaborazione con Officine della Cultura
Sarebbe troppo scontato dire che il titolo Breve apologia del caos per eccesso di testosterone nelle strade di Manhattan faccia pensare ad un film della Lina Wertmüller più che ad un copione per il teatro: in realtà, con il passare dei minuti, la piéce del poco conosciuto uruguaiano Santiago Sanguinetti si rivela essere surreale, ma non banale, meccanismo scenico alimentato da una narrazione vicina ad uno Spregelburd più di pancia e meno di testa, scrittura senza filtri dallo stile a tratti anche crudo dove umorismo, grottesco e farsa sono gli strumenti per superare barriere temporali, conducendo lo spettatore ad interrogarsi sulle dinamiche del contraddittorio presente.

Seconda tessera della Trilogia della Rivoluzione pubblicata da editrice Senza Pensieri, trittico di testi immaginati come tentativo di moderno teatro politico, Breve apologia porta in scena tre uomini e una donna autoreclusi in un appartamento di Manhattan dove, tra partite a Risiko ed elaborazioni di piani sovversivi, progettano un per loro infallibile piano insurrezionale: nello specifico, individuato nel sistema capitalista il nemico da abbattere, si arriva a pensare ad un virus capace di far esplodere il testosterone nel corpo, con annessa alterazione di istinti violenti ed animaleschi, tale da trasformare uomini e donne in creature beluine per movenze ed atteggiamenti sulla spinta di un ancestrale istinto sessuale, e di un'irrefrenabile volontà di prevaricazione e dominio.

Se la teoria può essere suggestiva, il passaggio alla pratica non è così automatico, pretesto per un gioco al massacro collettivo destinato a sfociare in corto circuito di comportamenti e relazioni che non risparmia toni ora da commedia, ora da farsa, sempre però dall'immaginaria prospettiva del ribaltamento di uno status quo da smontare come un giocattolo, salvo poi ritrovarsi invischiati nelle trame della realtà che non perdona: la traduzione di Teresa Vila non fa sconti all'inadeguatezza comportamentale ed esistenziale dei quattro personaggi almeno quanto la regia di Simone Luglio, attento a capire che l'originaria ambientazione sudamericana avrebbe rischiato di imprigionare la vicenda in un contesto storico e culturale distante dalla sensibilità di oggi. Di qui la trasformazione dei personaggi in disadattati dei giorni nostri capaci da un lato di ammiccare al pubblico, dall'altro di risaltare come maschere di grottesco, mai banali, per ottanta minuti animati da più di una risata in un racconto-metafora di quel presente ad ogni latitudine combattuto, e dove l'evidente estremizzazione di linguaggi e comportamenti è funzionale alla rappresentazione dell'utopica idea rivoluzionaria. 

Ma dopo i mille propositi, sarà vera gloria? Sono un po' tutti a chiederselo, in platea come sul palco, come testimonia l'immagine finale degli a lungo applauditi Simone Luglio, Daniele Marmi, Eleonora Angioletti e Giorgio Castagna seduti sul divano a fissare il vuoto, fiaccati e travolti dai loro stessi nonsense così tanto alimentati, in modalità divertita e divertente, per alla fine lasciare allo spettatore il compito di interrogarsi se tutto quanto appena vissuto sia stato un irrealizzabile sogno o una lucida provocazione.
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