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A spasso per il TORINO FRINGE FESTIVAL,  edizione 2026
a cura di Roberto Canavesi
Il nostro reportage delle incursioni festivaliere nelle due settimane di rassegna
Come ogni anno partecipare al Torino Fringe Festival richiede scarpe comode e spirito errante, elementi indispensabili per muoversi tra una location e l'altra curiosando le numerose proposte delle due settimane: l'edizione 2026, la quattordicesima, si accompagna al significativo sottotitolo Metropolis. Il futuro che verrà, rimando alla celebre pellicola di Fritz Lang ma anche, per molti titoli, sottile file rouge che introduce alla galleria di teatro off ed arti performative. Da queste premesse rendiamo conto del nostro personale tour inaugurato nello spazio Tingel Tangel dove abbiamo assistito a due spettacoli molto diversi tra di loro: in apertura di serata la Compagnia Buonarota/Pisci ha presentato Pomodoro, con Pasquale Buonarota ed Alessandro Pisci eccellenti interpreti di un racconto tanto surreale quanto legato alla quotidianità.
Se la questione del caporalato nella raccolta dei pomodori è piaga sociale di assoluta urgenza, ascoltarne la versione da chi è raccolto, e non da chi raccoglie, rappresenta un originale cambio di prospettiva: Pisci e Buonarota, artisti con trentennale esperienza nel teatro ragazzi, firmano ed interpretano un racconto che è misto di ironia ed amarezza, con teatro di figura e teatro di parola interagire tra di loro nella ricostruzione della vita di un pomodoro da quando, verde ed acerbo in una sconfinata piantagione, si ritroverà, rosso e pronto al consumo, nel piatto del suo raccoglitore. Narrazione partecipata che, riferita da un inaspettato punto di vista, non fa sconti a nessuno insistendo sugli aspetti più dolorosi di un contesto lavorativo troppo spesso ignorato e poco considerato: condizioni di lavoro disumane al pari di trattamenti economici discutibili, un mondo sotterraneo di cui tutti sono a conoscenza ma che nessuno vuole realmente contrastare, tanto più che degli ultimi e di chi non può aver voce a pochi interessa, questi gli elementi che fanno di Pomodoro uno spettacolo semplice ma non banale per il quale si auspica una futura vita scenica in teatri e contesti come il mondo dell'associazionismo e delle scuole.

In Senza motivo apparente, con il sempre bravo Christian La Rosa su testo scritto e diretto da Chicco Dossi nella produzione Teatro della Cooperativa, dalle piantagioni del sud Italia si risale fino ad una tranquilla cittadina cuneese, Saluzzo, la cui quotidianità è alla fine degli anni Ottanta sconvolta da un efferato fatto di cronaca: dirigente pubblico in ambito sanitario, il dottor A. cade vittima di una gambizzazione dagli effetti per lui letali, trasformando quello che doveva esser un avvertimento in stile mafioso nel più classico degli omicidi.
A suo particolare agio sul terreno del teatro di narrazione, l'applaudito La Rosa mette insieme le tessere di un mosaico caratterizzato da intrecci lavorativi come relazioni pericolose, fantasmi di un ingombrate passato che presentano il conto alimentato da inscalfibili intrecci tra potere, malavita e malaffare: ad essere raccontata è l'Italia appena uscita dagli anni di piombo e non ancora del tutto entrata nella stagione delle grandi stragi, sempre comunque terreno fertile per pericolose trame il cui lascito per le generazioni future è una sanguinaria scia di interrogativi e misteri irrisolti.

Cambiando sede, la sala di OFF Topic si è trasformata per sei giorni nell'austera aula universitaria teatro di Mono. Una relazione per un'accademia, proposta internazionale del collettivo spagnolo TheSantaRosaCo diretta ed interpretata da Juan Sanz H: riflessione sulla libertà con Franz Kafka autorecluso in un'anonima soffitta a redigere l'ultima versione delle sue celebri pagine dove si immagina una scimmia raccontare del suo processo di umanizzazione, ultima tappa di un percorso esistenziale che l'ha vista strappata al natìo ambiente, e sballottata in contesti per lei non di meno contronatura. Interagendo con proiezioni video a ricostruire le atmosfere del racconto kafkiano, l'interprete conduce lo spettatore in un percorso, immaginato sull'idea di indipendenza e autonomia, alla fine amaramente accompagnato dalla consapevolezza che liberarsi da alcune catene non sia sempre sinonimo di libertà assoluta, piuttosto possibile anticamera per differenti formule di coercizione e limitazione nell'agire e nel pensiero.

Nella stessa serata, percorsi pochi chilometri, siamo arrivati a San Pietro in Vincoli per applaudire Mara Di Maio in Sottobanco del bolognese Teatro delle Temperie, testo di Andrea Lupo diretto da Marco De Rossi: se è opinione consolidata che la professione dell'insegnante equivalga ad una sorta di missione laica, non può passar nel silenzio la prova dell'applaudita Di Maio protagonista di un intenso atto di amore verso l'insegnamento da intendersi prima come sogno idealizzato, poi come progetto di vita.
Tutto questo risalta con un ritmo incalzante nel racconto di Lucia, giovane studentessa capace di sognare stravolgimenti in quel mondo della scuola verso il quale prova un atteggiamento di attrazione-repulsione, per poi diventare docente, dai toni ora esasperati ora concilianti, giorno dopo giorno schiacciata dal peso di responsabilità e incongruenze imposte dal sistema, senza intravedere possibili vie d'uscita: spaziando dal comico al tragico, filoni narrativi differenti procedono in parallelo in un racconto che attraversa il mondo della scuola e dei suoi docenti, studenti e famiglie, tessere di un mosaico in continua involuzione di cui il monologo porta impietosamente a galla contraddizioni e zone d'ombra ancor più dolorose se consapevoli dell'idea di una scuola come necessario luogo di educazione alla vita.

Ed ancora Spazio Kairos ci ha accolto per gli ultimi due spettacoli del nostro tour: prima è stato il turno di Pluto. O il dono della fine del mondo, libero adattamento del romano Gruppo della Creta con Matteo Baronchelli, Alessio Esposito, Amedeo Monda, Laura Pannia e Alessandro Di Murro, sua anche la regia, su testo di Anton Giulio Calenda e Valeria Chimenti. Ultima commedia a noi pervenuta riconducibile ad Aristofane, la saga di Pluto, dio della ricchezza privato della vista, ruota intorno alla figura di Cremilo, un uomo del popolo che, ricevuta una suggestione da Apollo, decide di mettersi sulle tracce del dio per restituire a lui la vista ed agli altri uomini redistribuire le ricchezze, togliendole ai disonesti e dandole agli onesti. Sulla sua strada troverà Povertà decisa a convincerlo del contrario, ma l'happy end sarà garantito pur se al lettore/spettatore rimarrà il dubbio di aver visto trionfare la giustizia o una sua idea di comodo. 
La rilettura accolta con calore dal pubblico strizza l'occhio alla quotidianità con non pochi rimandi all'oggi, talora un po' forzati, per ricordare allo spettatore, sembrano suggerirci gli interpreti, come il presente non sia poi così lontano dalla Grecia classica: in scena prende così forma una divertente baraonda con, da un lato, la rincorsa ad un'idea più equa della ricchezza, dall'altro l'austera figura di Povertà decisa a smontare il sogno della redistribuzione, rivelando a tutti l'impossibilità di realizzare un modello di giustizia economica.

A seguire, per noi ultima incursione nel Torino Fringe Festival 2026, abbiamo assistito a Giusti?, produzione Dietro la Maschera da Albert Camus, regia del compianto Gianluca Ariemma, con interpretazione di Alberto Carbone, Giulia Messina e Francesco Ruggiero: se in Pluto si indaga il concetto di ricchezza, in Giusti? tutto ruota intorno l'idea di giustizia con un gruppo di rivoluzionari decisi a sovvertire l'ordine vigente, segnato da guerre, morti e distruzioni, attraverso un'azione criminale contro l'Arciduca. Se non fosse che al momento decisivo insieme alla vittima sfilano anche i figli, mandando in corto circuito i progetti rivoluzionari per i quali ci si chiederà se sia corretto sacrificare anche dei bambini per mettere fine ad un conflitto.
Domanda delle domande che la compagnia a metà spettacolo rivolge direttamente al pubblico, avviando un dibattito interno alla platea per quanto poi di fatto superato dal finale già deciso a tavolino: come che sia la scaletta, ad una prima parte più lineare e filante, ne segue una seconda più articolata dove le tante, troppe, suggestioni portate in scena rischiano di complicarne la complessiva fruizione. E se alla fine la strage si compie, con i responsabili messi di fronte alle loro responsabilità, al singolo spettatore provato da tante parole e diversi linguaggi resterà il compito di interrogarsi in modalità critica su dinamiche e questioni di valenza universale.
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