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iD
a cura di Giampiero Raganelli
`Visto` il 13 luglio 2017 durante il festival Pergine Spettacolo Aperto
Ideato e realizzato da: DYNAMIS 

Prodotto da: Associazione culturale dello Scompiglio, Teatro Vascello Centro di Produzione teatrale La Fabbrica dell’Attore 

In Collaborazione con: Collettivo ZaLab e Associazione 21 Luglio

Durata: 30'
La carta d'identità, pochi lo sanno, è stata introdotta durante il Fascismo ed è rimasta il documento cardine che definisce ognuno di noi, la nostra età, il nostro domicilio, la nostra statura, ecc., da portare sempre dietro, ci raccomandano. Serve per assolvere infinite pratiche burocratiche ma soprattutto per esigenze di pubblica sicurezza. A volte però queste esigenze possono entrare in contrasto con il diritto alla privacy. L'Inghilterra per esempio è uno dei pochi paesi che si ostinano a non adottarla, ritenendola una sorta di schedatura collettiva. E anche in Italia le maglie si sono allargate, da anni si omette lo stato civile e anche la professione, mentre lo spazio per l'impronta digitale rimane vuoto. 

Esiste il grosso problema degli individui che cambiano sesso, per cui è riconosciuta sì la rettifica anagrafica, ma a fronte di un lungo iter burocratico, mentre rimane la discussione se applicarla o meno a chi non abbia fatto l'intervento chirurgico. E in generale in una società dove i generi sessuali appaiono sempre più fluidi, l'attribuzione come F o M appare una forzatura.

Su queste premesse si basa il lavoro iD della compagnia Dynamis, definita performance per uno spettatore. Nello spazio allestito dai Dynamis, uno spazio vuoto, buio, i soggetti sono tre, il cosiddetto spettatore messo di fronte a quella che sembra pure una spettatrice, e una voce in cuffia che impartisce disposizioni e pone domande. Una voce che poi arriverà a mischiarsi nell'arena, invitando a un certo punto a porgerle domande a nostra volta. 

Al nostro turno, ci siamo trovati di fronte a una ragazza, Penelope. `Ma come? Non doveva essere un solo spettatore? Forse ricordo male.` Con Penelope siamo messi di fronte, speculari, in una posizione stabilita, vicino a una lampada. Tutto il gioco prosegue nel creare empatia reciproca, nel rompere quella barriera mentale che ci creiamo, come uno scudo protettivo, verso le persone estranee. Le domande possono anche riguardare elementi della sfera privata, che sono così condivisi tra noi e Penelope. Si è anche invitati a compiere dei movimenti in sincronia, a disporsi nello spazio in vari modi per poi tornare al punto di partenza. Il gioco si rivela alla fine, quando la voce in cuffia, dice che Penelope è una trans. Lo avevamo intuito ma solo nella parte finale, nonostante indizi in questo senso ci fossero stati forniti da subito (Penelope che dice, a proposito di contraccezione, che comunque non può avere figli, ma pensavamo a problemi di sterilità). E l'ulteriore sorpresa è che Penelope non è una spettatrice come noi ma comunque a suo modo una cavia per la performance, non un'`attrice`, proveniendo da laboratori della compagnia rivolti a persone che stanno percorrendo l'iter, fisico e psicologico, del cambiamento di sesso. L'obiettivo dei Dynamis ora è chiaro: farci immedesimare, farci sentire uguali, nei confronti di persone considerate diverse. Il razzismo o l'omofobia possono manifestarsi anche in forme molto sottili e non plateali, anche in chi si professa come persona aperta e progressista, con pregiudizi inconsci o con il rimarcare inconsapevolmente un'alterità o una differenza. Proprio questo meccanismo strisciante viene scoperchiato dai Dynamis. 

Se l'identità di genere non è un qualcosa di netto e rigidamente demarcato, così l'identità del lavoro artistico dei Dynamis appare fortemente ambigua. Il loro è un teatro transgender nelle sua stessa forma. Se la società vede sempre più una confusione di ruoli tra maschile e femminile, così l'arte si manifesta in sperimentazioni nuove di commistioni di linguaggi. Può essere considerato teatro un lavoro come iD? Ci siamo ormai lasciati alle spalle da tempo il superamento dell'illusoria quarta parete e ormai è molto frequente il teatro partecipato e interattivo, gli spettacoli per uno, due, tre spettatori nella scia del Teatro del Lemming. E i Dynamis giocano anche sulle attese spettatoriali di un pubblico ormai abituato a questo tipo di interazioni. Il teatro è il luogo stesso del cambio di identità, dell'attore con il personaggio, anche sessuale. Sono tante le culture teatrali dove attori maschi interpretano il ruolo di personaggi femminili, il teatro elisabettiano, il teatro kabuki finanche i Legnanesi. Con i Dynamis siamo dalle parti tanto del teatro antropologico tanto del teatro sociale. Con Penelope abbiamo lavorato come in un training, è stato un mettersi in gioco, un gioco teatrale reciproco, un teatro nelle sue fasi primordiali.
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