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Il tempo come regola per la non-vita delle TRE SORELLE
a cura di Roberto Canavesi
Visto al Teatro Carignano di Torino venerdì 20 marzo 2026
da Anton Čechov 

testo Liv Ferracchiati; dramaturg Piera Mungiguerra; consulenza letteraria Margherita Crepax 

con (in ordine alfabetico) Francesco Aricò, Valentina Bartolo, Giovanni Battaglia, Giordana Faggiano, Rosario Lisma, Riccardo Martone, Antonio Mingarelli, Marco Quaglia, Livia Rossi, Irene Villa 

regia Liv Ferracchiati; scene Giuseppe Stellato; costumi Gianluca Sbicca; luci Pasquale Mari; suono Giacomo Agnifili; aiuto regia Adele Di Bella 

Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale
C'era una volta Tre sorelle di Anton Cechov, terzo tassello della tetralogia dello scrittore medico di Taganrog, universale ritratto di un'umanità immobile dove al desiderio di aprirsi al mondo, riassunto nel celebre "a Mosca, a Mosca, a Mosca", corrisponde un gelido immobilismo del corpo e dell'anima: c'era una volta "il salotto con colonne dietro il quale si intravede un grande salone. E’ mezzogiorno; fuori c’è il sole, allegria", didascalia di apertura del primo atto diventata, nella scena di Giuseppe Stellato, un anonimo interno inclinato nello spazio, con tavolo qualche sedia e un pianoforte, illuminato da un generico grigiore: c'era una volta la distesa di betulle, i fumanti samovar, le divise verde militari ed abiti colorati, segnali ora solo evocati da un tè che in scena mai vedremo, e da generale monocromia per la maggior parte dei personaggi.

C'era una volta tutto questo se prendessimo in mano l'originale Tre sorelle come ha fatto Liv Ferracchiati per la sua spiazzante rilettura cui hanno contribuito, a vario titolo, Piera Mungiguerra e Margherita Crepax: di rilettura, teorica, si scrive, ma di riscrittura, pratica, si deve render conto per lo spettacolo dall'enigmatico sottotitolo Nevica. Che senso ha? che dall'originale parte per progressivamente allontanarsi. Almeno questo, speriamo noi, sia l'intento progettuale di un'operazione che approccia in modalità critica ad un Cechov preso e sbattuto con forza in una dimensione "altra" dove inquietudine ed immobilità si riflettono nella frenesia ed inadeguatezza dell'oggi con i personaggi recitare il quarto atto in mezzo alla platea, quasi a voler stabilire il trait d'union tra passato e presente.

La riscrittura, e conseguente regia, di Ferracchiati assume i contorni di operazione quanto mai ardita, e forse anche provocatoria, esito finale di un progetto che intende discostarsi dall'autore russo di cui attinge segni non per attualizzarli, quanto per riproporli nella loro disarmante modernità: centodieci minuti filati in cui assistiamo ad una riscrittura del dramma dell'attesa e del tempo immutato, racconto in cui si lotta con fatica ogni giorno per vivere, mentre per morire è sufficiente accettare il dentro o fuori di un duello, come testimoniato dalla "quota azzurra" di una dramma tutto al femminile. E il caso del colonnello Veršinin di Rosario Lisma, condannato ad un'infelice vita coniugale e famigliare, o dell'anziano medico Cebutykin di Giovanni Battaglia, in preda ai ricordi del tempo che fu, per arrivare al barone Tuzenbach di Riccardo Martone la cui vita si concluderà nella più classica pistolettata d'onore: l'intero spettacolo ruota attorno all'idea di tempo, entità astratta che non abbiamo ancora imparato a combattere, come ai tempi di Cechov, sconfitti in un confronto che ci vede passivi solo capaci di affrontarlo con continue parole, comportamenti frenetici ed ossessivi ripetuti in modalità meccanica.

Ed allora, al pari dei commenti di alcuni spettatori in uscita dalla sala, ci si potrebbe chiedere "che senso ha"  tutto questo se non quello, constatata la sconfitta della parola, di affidarsi al potere della memoria e del ricordo, estremo rifugio cui approdano tutti i personaggi, ciascuno a loro modo: a partire dalle tre protagoniste, Irina, Maša ed Olga, animata speranza, inquieta maturità ed apatica indolenza, tratteggiate dalle volitive Livia Rossi, Valentina Bartolo e Irene Villa, trittico al femminile cui fa da contraltare l'esuberante energia della Nataša di Giordana Faggiano, poco amata cognata e futura padrona di casa arricchita dai colorati costumi di Gianluca Sbicca: cambiare tutto per non cambiare nulla, in queste sei parole di gattopardesca reminiscenza troviamo la sintesi di uno spettacolo la cui ultima immagine vede le tre sorelle, vestite tutte uguali sotto una leggera nevicata, interrogarsi sul senso della vita non più come entità distinte ma forse, per la prima volta, come rassegnato unicum.
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