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L'apparente distopia de GLI ANGELI DELLO STERMINIO
a cura di Roberto Canavesi
Visto al Teatro Astra di Torino venerdì 9 gennaio 2026
di Giovanni Testori 

adattamento Federico Bellini; regia Antonio Latella 

con Francesco Manetti, Matilde Vigna, Alfonso Genova 

spazio scenico Giuseppe Stellato; costumi Graziella Pepe; musiche e suono Franco Visioli; luci Simone De Angelis; movimento Francesco Manetti; assistente alla regia Marco Corsucci; costumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d'Europa 

produzione TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con stabilemobile 

si segnalano scene di nudo integrale
Ultimo romanzo di Giovanni Testori, scritto nel 1992 di poco precedente la scomparsa dello scrittore lombardo, Gli angeli dello sterminio sono pagine assai lontane dalle tradizionali atmosfere del drammaturgo di Novate per una volta deciso a non ritrarre della sua Milano le celebrate periferie con la viva umanità che le popola. Il capoluogo meneghino rivive ora in un Duomo assediato da centauri in motocicletta, presenze diaboliche nella veste di sterminatori intenti a spargere sangue, morte e distruzione: quadro apocalittico che nella trasposizione teatrale diretta da Antonio Latella con adattamento di Federico Bellini, in scena al Teatro Astra di Torino per la stagione Mostri della Fondazione TPE, assume un'aurea fortemente simbolica per gran parte priva di ordine consequenziale nell'esposizione dei fatti, in totale simbiosi con la struttura di un romanzo articolato e di non facile decifrazione.

A tre personaggi, la cartomante, il cronista alter-ego dell'autore e il giovane uomo cui sono affidate le voci dei morti (un suicida appena gettatosi nella tromba delle scale, un ragazzo vittima che dall'obitorio lancia strali e maledizioni, un carcerato in preda a folli deliri) spetta il compito di disegnare lo scenario di devastazione generale sullo sfondo di una città, svuotata di vite e di energie, con le fattezze di un lugubre modellino del Duomo fatto gironzolare per la scena: i cento minuti filati dello spettacolo sono ininterrotto flusso di memorie, racconti di vita e squarci di morte pretesto ad un imminente Apocalisse, di cui fanno capolino premonitrici visioni, conseguente alla ribellione innescata tra i raggi del carcere, e presto diffusasi in un contesto senza più ordine il cui inevitabile approdo è il collettivo annientamento.

Sforzandosi, a tratti non senza fatica, di leggere tra le righe della versione teatrale, con il passare dei minuti aumenta la consapevolezza di trovarsi di fronte a un testo, oggettivamente datato, in cui i dialoghi lasciano talvolta spazio a lunghe tirate, e dove è la presenza della morte a dominare un racconto appena abbozzato, quasi che poi toccasse allo spettatore scriverne la fine: gli enormi spazi del Teatro Astra consentono a Latella di immaginare un allestimento "per opposita" con alla vastità dell'ambiente scenico corrispondere, nella prima parte, una sorta di fissità dei personaggi, inchiodati di fronte a microfoni ad asta, o direttamente seduti in platea nel caso del cronista. Ribaltamento presente anche nell'immagine finale degli angeli-motociclisti, presenze non meno misteriose cui l'autore si appella per la rinascita pur sempre possibile dopo ogni catastrofe, quasi a confortare il lettore/spettatore su di una sicura catarsi dopo tanta devastazione: ed ancora il forte simbolismo di una lettura che prevede per le roboanti moto una marmitta fumante, o le campane di chiese ormai semidistrutte ridotte a campanacci per scandire il lugubre scorrere del tempo.

Francesco Manetti, Matilde Vigna ed Alfonso Genova sono i tre meritori ed applauditi interpreti del viaggio nell'universo testoriano, itinerario sempre rischioso non foss'altro che per le insidie nascoste negli incontri/scontri con una lingua dall'alto potenziale evocativo, mezzo di rappresentazione più che di racconto al servizio di una partitura letteraria, prima che teatrale, di estrema complessità: spettacolo impegnativo, a Gli angeli dello sterminio firmato Latella – Bellini va riconosciuto il merito di far incontrare lo spettatore di oggi con un Testori ben lontano dall'autore di CleopatràsMater strangosciàs o dei Tre lai, uomo in crisi prossimo alla morte deciso ad abbandonare i modelli letterari di un tempo per indossare una visionaria e profetica maschera.
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