adattamento Federico Bellini; regia Antonio Latella
con Francesco Manetti, Matilde Vigna, Alfonso Genova
spazio scenico Giuseppe Stellato; costumi Graziella Pepe; musiche e suono Franco Visioli; luci Simone De Angelis; movimento Francesco Manetti; assistente alla regia Marco Corsucci; costumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d'Europa
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con stabilemobile
si segnalano scene di nudo integrale
A tre personaggi, la cartomante, il cronista alter-ego dell'autore e il giovane uomo cui sono affidate le voci dei morti (un suicida appena gettatosi nella tromba delle scale, un ragazzo vittima che dall'obitorio lancia strali e maledizioni, un carcerato in preda a folli deliri) spetta il compito di disegnare lo scenario di devastazione generale sullo sfondo di una città, svuotata di vite e di energie, con le fattezze di un lugubre modellino del Duomo fatto gironzolare per la scena: i cento minuti filati dello spettacolo sono ininterrotto flusso di memorie, racconti di vita e squarci di morte pretesto ad un imminente Apocalisse, di cui fanno capolino premonitrici visioni, conseguente alla ribellione innescata tra i raggi del carcere, e presto diffusasi in un contesto senza più ordine il cui inevitabile approdo è il collettivo annientamento.
Sforzandosi, a tratti non senza fatica, di leggere tra le righe della versione teatrale, con il passare dei minuti aumenta la consapevolezza di trovarsi di fronte a un testo, oggettivamente datato, in cui i dialoghi lasciano talvolta spazio a lunghe tirate, e dove è la presenza della morte a dominare un racconto appena abbozzato, quasi che poi toccasse allo spettatore scriverne la fine: gli enormi spazi del Teatro Astra consentono a Latella di immaginare un allestimento "per opposita" con alla vastità dell'ambiente scenico corrispondere, nella prima parte, una sorta di fissità dei personaggi, inchiodati di fronte a microfoni ad asta, o direttamente seduti in platea nel caso del cronista. Ribaltamento presente anche nell'immagine finale degli angeli-motociclisti, presenze non meno misteriose cui l'autore si appella per la rinascita pur sempre possibile dopo ogni catastrofe, quasi a confortare il lettore/spettatore su di una sicura catarsi dopo tanta devastazione: ed ancora il forte simbolismo di una lettura che prevede per le roboanti moto una marmitta fumante, o le campane di chiese ormai semidistrutte ridotte a campanacci per scandire il lugubre scorrere del tempo.
Francesco Manetti, Matilde Vigna ed Alfonso Genova sono i tre meritori ed applauditi interpreti del viaggio nell'universo testoriano, itinerario sempre rischioso non foss'altro che per le insidie nascoste negli incontri/scontri con una lingua dall'alto potenziale evocativo, mezzo di rappresentazione più che di racconto al servizio di una partitura letteraria, prima che teatrale, di estrema complessità: spettacolo impegnativo, a Gli angeli dello sterminio firmato Latella – Bellini va riconosciuto il merito di far incontrare lo spettatore di oggi con un Testori ben lontano dall'autore di Cleopatràs, Mater strangosciàs o dei Tre lai, uomo in crisi prossimo alla morte deciso ad abbandonare i modelli letterari di un tempo per indossare una visionaria e profetica maschera.
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