Ci si è abituati a pensare che i festival si giudicano dai programmi, dalla qualità degli spettacoli ospitati; il Ministero ci ha assuefatto a valutare l'impatto di una rassegna per il numero di spettatori presenti, e poi ovviamente c'è la rassegna stampa, quanti e quali giornalisti, critici, accademici hanno partecipato e scritto sull’evento in questione. Ci sono dei fattori però quasi costantemente dimenticati o, nella migliore delle ipotesi, sottaciuti o sottovalutati. Uno di questi è l'impatto sul territorio, aspetto difficile da valutare perché non immediato come il numero degli spettatori o il nome di un artista. Valutarlo prevede poi il calibrare l'osservazione non sull’istante, ma sul medio, lungo periodo.
Il Giardino delle Esperidi, festival di arti performative giunto alla sua 21ma edizione, che si svolge in gran parte nel borgo di Campsirago sul Colle Brianza in provincia di Lecco, rende facile esperire come un festival possa influenzare lo sviluppo di un territorio: Campsirago era uno dei tanti borghi di montagna destinato allo spopolamento, poche anime, strade montane strette e malmesse, nessun servizio, ospedali e scuole distanti. Perché viverci? Poi sono arrivati gli artisti guidati da Michele Losi e in poco più di vent'anni hanno ripopolato Campsirago invertendo la tendenza alla desertificazione. Con costanza e tenacia hanno ripulito i sentieri, ristrutturato le case, portato la vita dell'arte in questo luogo che guarda Milano e il suo smog e la vita frenetica con distacco e serenità.
Tramite varie progettualità legate a Fondazioni bancarie, fondi regionali e ministeriali, al PNRR, fino a uno speciale progetto di partenariato pubblico privato con il Comune di Colle Brianza, ora Campsirago si sta dotando di edifici di edilizia residenziale sociale e pubblica, ha un sistema all'avanguardia di fitodepurazione, impianti solari termici e fotovoltaici, un ostello, sale prove, cucina e refettorio, luoghi di spettacolo all’aperto e al chiuso, persino una sauna! E se durante il festival la vita freme tra artisti ospiti, workshop, camminate, spettacoli, momenti di convivialità, nel corso dell'anno si sviluppano progettualità legate alla residenza artistica, alla ricerca di nuovi linguaggi e alla formazione. La vita a Campsirago è tornata a rifiorire, gli abitanti crescono e frequentano il colle, e il borgo attira artisti da ogni parte d'Europa perché snodo in una rete di connessione con altre realtà in Italia e all'estero.
Questa bellezza è priva di rischi? La risposta non può che essere negativa: la gentrificazione artistica è un pericolo. L'innesto con il territorio potrebbe non funzionare. Gli esempi ci sono. Pensiamo a Monte Verità ad Ascona dove i valligiani guardavano ai riformatori della danza scuotendo il capo e chiamandoli balabiött (letteralmente: i balla nudi) e ora di quell'esperienza vi è solo il ricordo mitico e qualche struttura. Un altro pericolo è il turismo esperienziale. Gente che arriva, passa e se ne va, senza dar nulla al territorio. E soprattutto lo rende instagrammabile standardizzandolo e richiamando frotte di gente a ripetere un'esperienza vuota di contenuti solo per dire: io sono stato qui! mentre si pubblica sui social un selfie dalla terrazza che guarda Milano. Altro pericolo è la solidità delle economie e dei partenariati all'usura del tempo e degli opportunismi elettorali della politica. Infine il pericolo più grande: credere di avercela fatta, di essere indispensabili. Tutte queste criticità non sono tutte sullo stesso livello e non sono nemmeno gerarchicamente connesse. Sono piuttosto universi contigui che potrebbero confliggere in ogni istante.
Ponendo un evento culturale in questa prospettiva vogliamo veramente limitarci a considerare un festival solo per il suo programma? L’estetica ha davvero così tanto peso? L'etica e la pratica di cura di un luogo non sono forse un criterio preponderante in un mondo in cui si dà così tanto rilievo alla conquista rapace sia essa di mercato o appaia nella forma classica di occupazione territoriale? La lotta contro i pericoli che abbiamo accennato non è il nodo cruciale? Seguire il proprio progetto tenendolo al sicuro da se stessi e dagli altri non è di per sé un valore culturale da studiare con attenzione?
Lo spettacolo in quest’ottica diventa quasi un surplus, un'occasione per visitare Campsirago, passare del tempo con altre persone, condividere un pasto o una birra, scoprire luoghi nascosti, fare esperienze insolite come condividere una lezione con un monaco Zen venuto dal Giappone, oppure camminare nel bosco alla ricerca di opere d'arte o semplicemente bere acque sante e curative. Attenzione: le gabbie si costruiscono da sole, restano spesso invisibili a lungo e quando le si percepisce, è già troppo tardi.
Parlare del programma è allora quasi superfluo perché non è il punto nodale nel frequentare Campsirago e Il Giardino delle Esperidi. Si sale con la stessa attitudine degli scalatori del Monte Analogo: si prova a sfuggire al destino degli Uomini-Cavi senza coscienza né dimensione. A Colle Brianza si va con lo spirito di Hans Castorp nella Montagna Incantata: un perenne placet experiri senza remore o barriere. Nello stesso tempo si lotta con se stessi per normalizzare o mitizzare un'esperienza. E quindi evitare il conformismo culturale nel considerare valore solo il bel tempo passato e non gli effetti politici e culturali di agire e vivere sul territorio. Come in ogni escursione in montagna, il pericolo maggiore si nasconde nella discesa al piano.
Ora, dopo tutto questo, domandiamoci: importa ancora fare una recensione e attribuire stelle e stelline? Non è il caso di affinare lo sguardo e puntare l'obiettivo sulla ragnatela di rischi e possibilità connesse con un evento artistico?
PH ALVISE CROVATO.jpg

