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InScena! a New York l’eterna lotta per il potere nel futuro distopico di Echoes
a cura di Valeria Di Giuliano
Intervista al regista e interprete Stefano Patti
Dopo il successo al Fringe Festival di Edimburgo, Echoes arriva al Festival del teatro italiano a New York. Un thriller ambientato in uno scenario post-apocalittico con un’impostazione registica dal taglio cinematografico
Echoes (produzione 369gradi) è un testo scritto da Lorenzo De Liberato interpretato da Stefano Patti, che ne è anche il regista e Marco Quaglia. Il progetto è al suo terzo anno di vita in Italia: nato da una Residenza produttiva del Teatro Studio Uno, sostenuto dalle Carrozzerie n.o.t e cresciuto grazie ad una campagna di crowdfunding che ha permesso l’arrivo di Echoes al Fringe Festival di Edimburgo l’estate scorsa. Grazie a questo lo spettacolo sarà a Londra e a Limerick nel 2018. In un futuro distopico e vicino a noi la Terra è divisa in grandi blocchi governativi. Non esiste la democrazia come la conosciamo. Non esiste l’umanità come la intendiamo oggi. Una bomba è stata sganciata in un agglomerato urbano. Sono morte un milione di persone. Un giornalista, De Bois, intervista il responsabile della carneficina, il misterioso Ecoh. Un bunker, una crisi economica, un’intervista, uno sterminio.

Ci racconti la genesi di questo progetto?
Nel 2013 Lorenzo De Liberato, autore del testo, mi ha fatto leggere una prima bozza di Echoes, scritto in 2 notti. Me ne sono innamorato subito. Un bunker, due uomini, un’intervista. Il testo è rimasto nel cassetto per circa 2 anni. Quando il Teatro Studio Uno ha indetto un bando di Residenza Produttiva presso i loro spazi ho ritenuto che quella fosse l’occasione migliore per iniziare a lavorare sul testo e finalmente metterlo in scena. Per ricoprire il ruolo dell’antagonista Ecoh la mia scelta è ricaduta su Marco Quaglia, in quel periodo impegnato al Franco Parenti, che, dopo aver letto il testo, ha subito accettato. Grazie al Sostegno del Teatro e in particolare ai direttori Alessandro Di Somma e Eleonora Turco, Echoes ha avuto luce a fine 2015 sotto forma di studio. L’anno successivo abbiamo ripreso il progetto grazie a una campagna di crowdfunding, presentandolo presso le Carrozzerie n.o.t; nel 2017 abbiamo deciso di tradurre il testo e farlo debuttare in lingua inglese al Fringe Festival di Edimburgo per poi riprenderlo a Roma al Teatro Argot, riscuotendo sempre più successo. Adesso, quello spettacolo, nato con pochi mezzi, ha preso il volo ed è oggi curato dalla società di produzione 369gradi (direzione generale Valeria Orani) con la quale si è creata una grande sinergia.

Quali sono i punti di forza dello spettacolo? Perché è da vedere?
Il punto che mi ha affascinato maggiormente del testo è la semplicità con cui è impostata un’analisi politica. L’intera vicenda si struttura attorno a un tavolo e ciò che avviene in scena è uno svisceramento di tematiche come la Politica, l’Economia, il Potere. Ho voluto rendere questa semplicità strutturale il punto di forza del progetto e ciò si è potuto realizzare grazie a una forte e impeccabile drammaturgia e alla presenza del mio compagno di scena Marco Quaglia che propone un’interessante interpretazione di un villain moderno. L’impianto registico si avvicina a quello cinematografico in cui ogni parola, sospensione/pausa, ogni contrazione muscolare assume rilevanza sostanziale.

Cosa significa per te andare in scena a New York?
Significa realizzare un piccolo sogno, significa fare passi avanti, significa iniziare un nuovo percorso. Lo spettacolo è nato in una cantina teatrale e da quel novembre del 2015 di strada ne abbiamo fatta, e pensare che Echoes, il mio primo spettacolo da regista, sia stato presentato al Fringe e adesso è pronto al suo primo tour internazionale mi ha fatto comprendere quanto passione, struttura, progettualità, dedizione, investimento e un’ottima squadra siano elementi fondamentali per la riuscita di un progetto. Al Fringe di Edimburgo abbiamo scoperto la potenza di Echoes in lingua inglese (pur essendo nato per mano di un autore italiano) e abbiamo ritenuto che presentarlo a New York, e in particolare al Festival InScena! 2018, fosse giusto per il percorso dello spettacolo. Viviamo in un periodo molto delicato dal punto di vista politico, le minacce tra stati di un attacco nucleare sono sempre di più frequenti, come reagirà il pubblico americano ad uno spettacolo con uno scenario post-apocalittico?

Come hai lavorato sui due personaggi dell’opera?
Ammetto che non è stato semplice perché nel progetto rivesto un doppio ruolo: regista e attore. Il testo si regge solo su due personaggi e sul loro dialogo, quindi è stato necessario fare un approfondito lavoro di analisi: l’approccio è stato quello di dare eguale rispetto a entrambi i personaggi: da un lato abbiamo un giornalista e dall’altro il carnefice di un massacro che ha portato alla morte di più di un milione di persone. Come si fa a non giudicarli? Il difficile è stato proprio tenere il “giudizio” lontano dal lavoro che io e Marco abbiamo svolto, in modo da dare profonda dignità a questi due mondi che si scontrano dialetticamente. Assieme allo spettatore ci poniamo una serie di domande e proprio lo spettatore dovrà prendersi la responsabilità di assumere una posizione e di trovare delle risposte… o di non farlo.

Qual è il messaggio che trasmette il testo?
Questa domanda la vorrei porre allo spettatore dopo aver visto Echoes. Il mio intento, da regista e interprete dell’opera, è stato in primis quella di rispettare il volere del testo (e quindi dell’autore) di presentare due fazioni in antitesi ma complementari, vicendevolmente necessarie l’una all’altra. Il messaggio dell’opera è esso stesso una domanda: cosa è buono, cosa cattivo? Possiamo realmente dividere in bianco e nero? Quanto possiamo (e dobbiamo) sacrificare noi stessi per un fine più grande? Il testo è colmo di pause e sospensioni, di bolle, di vuoti in cui noi interpreti e spettatori siamo chiamati a perderci e a colmare. Quanto siamo disposti a perderci? Echoes non può avere un “punto”, una fine, perché è una parentesi della nostra storia, un’eterna lotta tra uomini che tentano disperatamente di dare un senso alla propria presenza sulla terra.

Com’è stata l’esperienza del Fringe Festival di Edimburgo?
Incredibile. Una di quelle esperienze che ricorderò per sempre e che consiglio a tutte le compagnie di affrontare. Il lavoro è iniziato quasi otto mesi prima di partire. Abbiamo trovato un’organizzatrice con la quale abbiamo cercato lo spazio (venue) giusto per presentare lo spettacolo: esistono centinaia di spazi e senza una sorta di guida si rischia una debacle. Il Fringe di Edimburgo è uno dei festival più importanti al mondo e ogni anno accoglie sempre più compagnie; è un’emozione indescrivibile vedere artisti mischiarsi nelle strade assieme alle migliaia di spettatori. Abbiamo deciso di stare in scena per tutta la durata del festival, senza giorni di pausa (per un totale di 25 repliche), in modo da poter invitare più gente possibile a teatro e generare un passaparola, indispensabile per il Fringe! Il bilancio è certamente positivo: buona media di pubblico; due ottime recensioni; un ingaggio in Irlanda presso il Belltable Theatre (dove io e Marco Quaglia terremo anche un laboratorio) e uno a Londra, presso il Tristan Bates. Il Fringe Festival è una grande vetrina e con il giusto lavoro e investimento regala delle ottime opportunità.

Echoes andrà in scena al Cherry Lane Theatre di Manhattan l’8 maggio alle ore 19 e presso la Casa Italiana Zerilli- Marimò l’11 maggio alle ore 18.



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