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BENJI e l'amica immaginaria di Claire Dowie
a cura di Roberto Canavesi
Visto al Teatro Baretti di Torino mercoledì 12 dicembre 2018
di Claire Dowie 

con Olivia Manescalchi 

regia, spazio scenico e costumi di Lorenzo Fontana
Il caro diario di nannimorettiana memoria, l’amico/amica del cuore da cui mai separarsi, come l'alter ego immaginario per definizione presenza invisibile verso cui proiettare insicurezze e paure, sogni ed aspettative di quando si era bambini prima, adolescenti poi: alzi la mano chi non ha mai avuto, nel suo percorso di crescita, uno di questi appigli, compagni di stagioni più o meno lunghe della vita i cui ricordi possono riemergere una volta adulti. 

Tutto questo rivive in Benji, spiazzante monologo di Claire Dowie che l’Associazione Baretti porta in scena con la regia di Lorenzo Fontana e l’interpretazione di un'eccellente Olivia Manescalchi: due sedie a centro scena, un piazzato sopra la testa, un fondale scuro su cui proiettare le parole chiave del racconto-confessione. Sessanta minuti filati per la storia universale di un’anonima protagonista che si apre al mondo parlando del suo malessere che l’accompagna dall'infanzia, passando per il non facile rapporto con i genitori, con tanto di martellata rifilata al padre, per arrivare a quell'agognata autonomia che assume i contorni di disperata e quotidiana lotta per la sopravvivenza. Un viaggio intimo che non si effettua da soli, ma in compagnia dell'amica Benji, immaginaria compagna di giochi ed avventure quanto proiezione di un inconscio anaffettivo che guida ed indirizza impulsi e scelte: seduta a centro scena, sguardo fisso sul pubblico, scarpe con tacco ad impreziosire un look tra lo sportivo e l'alternativo, Olivia Manescalchi regala un'intensa prova d’attrice incarnando alla perfezione la fragilità e la debolezza, le paure e le ansie, di una donna, affetta da evidente schizofrenia, impegnata nella quotidiana battaglia contro l’invisibile nemico della solitudine e della disperazione. E se la regia di Lorenzo Fontana è un sottile tratto di penna che sottolinea senza enfatizzare la caustica scrittura della Dowie, all'applaudita Manescalchi il merito di aver condiviso con grande umanità il tragico ed a tratti grottesco itinerario di un'anima che per sopravvivere ad un mondo oppressivo e privo di amore, come lei stessa ci ricorda ad inizio spettacolo, si trova costretta a cercar riparo in un’immaginaria presenza, entità con cui percorre angusti sentieri che la condurranno dalla casa al manicomio, e da ultimo in comunità.
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