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Emilia, la memoria delle relazioni
a cura di Nicola Bionda
Visto il 17/10/2017 al Piccolo Teatro Grassi
scritto e diretto da Claudio Tolcachir / traduzione: Cecilia Ligorio / con Giulia Lazzarini (Emilia), Sergio Romano (Walter), Pia Lanciotti (Carolina), Josafat Vagni (Leo), Paolo Mazzarelli (Gabriel) / scene: Paola Castrignanò / costumi: Gianluca Sbicca / luci: Luigi Biondi / produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

Al Piccolo Teatro Grassi dal 17 al 29 ottobre 2017
Il teatro di Claudio Tolcachir è un teatro intimo, domestico, che prende il passo dal lavoro della sua compagnia Timbre4 (letteralmente l’indirizzo della sua casa/teatro di Buenos Aires) e che si sviluppa nella ricerca continua delle dinamiche sottese tra relazioni e memoria; tra vita e scena. Emilia torna oggi nella sua versione italiana (fortemente voluta dalla direzione del Teatro di Roma) a quasi due anni dalla messa in scena dell’originale argentino. 

Che rapporto si può creare tra una donna e un figlio, cresciuto, profondamente amato ma non veramente suo? In che misura può degenerare il bisogno ossessivo di una genitorialità a tutti i costi? Fin dove può portare il desiderio di controllo sulle proprie relazioni? Emilia vuole essere una riflessione su questi e su infiniti altri temi: sui rapporti d’amore squilibrati, pretesi, imposti. Su un individualismo disperato capace di costruire solamente legami asimmetrici e totalmente autoreferenziali. Sulle ossessioni e le crepe che rendono così precarie le strutture sociali e familiari a cui da sempre facciamo riferimento. Tolcachir cerca di farci entrare in queste dinamiche tramite una scrittura fluida ed efficace che squarcia il vissuto, quasi fosse un atto psicanalitico. Un potente esercizio attoriale che prende spunto da uno dei terreni più fertili e usati (a volte abusati) del teatro moderno: il dramma borghese. 

Psicanalitica è anche l’ambientazione. La casa ancora impacchettata dal recente trasloco è l’immagine semplice e perfetta dell’impossibilità di dare un ordine alle cose, dell’esigenza di trovare i pezzi per ricostruire una vita che continua inesorabilmente ad andare in pezzi. Tutto è li, a portata di mano, ma ci è in qualche modo celato. Non è possibile trovare le cause, le soluzioni, le vie di uscita. Possiamo solo provare ad aprire le scatole, i cassetti che contengono i ricordi fondanti della nostra vita, e cercare di trovare quell’oggetto, quell’emozione vissuta o negata che ci ha definito così come siamo ora.

Dalle scatole del testo escono devozione, ossessione morbosa, amori repressi e insicurezze profonde. Tutte queste realtà però ci sono svelate fin dal primo istante del dramma, Tolcachir ci nega così la scoperta, la progressione; non ci permette di entrare, piano piano nel suo mondo. Dalle prime battute sappiamo già che non ci potrà essere soluzione, non ci potrà essere via di uscita, che l’epilogo sarà tragico. Fatichiamo a trovare un punto di contatto, di immedesimazione con Walter che è immediatamente insicuro, ossessivo, geloso; con Leo che porta Josafat Vagni a scontrarsi con il personaggio di un figlio a cui non riusciamo a dare un’età, una collocazione, chiuso in una dimensione infantile da cui non riesce a liberarsi. E capiamo subito che anche per lui non ci sarà via di uscita. Che è già segnato e plasmato dalle scelte del padre e dalle ossessioni del patrigno. Capiamo subito che Carolina (Pia Lanciotti) non non sarà capace di prendere il controllo della propria vita di compagna e di madre. Non sarà mai in grado di definire le relazioni con le persone che ama. Il testo e la regia di Tolcachir ci aprono alle dolorose conseguenze delle relazioni umane ma non ci forniscono i tempi necessari per riuscire a farle pienamente nostre. 

Al centro di tutto, immenso nella piccola sua fragilità, è il personaggio di Emilia. Sicuramente il più credibile, definito, sfaccettato, capace di esprimere la realtà e il dolore del proprio vissuto, fino ad assumere su di sé tutte le responsabilità dei gesti e delle scelte di quel figlio non suo ma che ha cosi profondamente amato. E allora il nostro sguardo finisce sulle mani di Giulia Lazzarini che si muovono senza tempo leggere come l’Ariel della Tempesta strelheriana. Lì in quelle mani, in quei movimenti, in quella voce, cerchiamo consolazione e sollievo. È lei il centro unico di questo spettacolo. E ancora una volta ci stupiamo di come sia possibile che una simile immagine di fragilità e leggerezza possa portare dietro tanta forza e consapevolezza.
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