Il nostro viaggio in alcune giornate del Festival parte proprio dalla "prima volta" di Janaina Leite, autrice ed interprete brasiliana, icona nel campo della ricerca sul teatro documentario, protagonista di una tre giorni torinese in cui ha presentato Deeper One, esperienza immersiva per singolo spettatore in dichiarato bilico tra presenza fisica e realtà virtuale, e The Material and Immaterial Body In Its Borderlines, racconto confessione di un percorso di indagine sul corpo materiale e immateriale. Il terzo titolo, operazione destinata ad impressionare e far discutere, è stato Stabat Mater, interessante lavoro che la vede in scena al Teatro Astra con la madre e un uomo mascherato costruito su di una scrittura autobiografica per indagare il corpo e la sua valenza sessuale e pornografica.
Partendo dal "c'era la madre" del titolo, espressione di evidente matrice biblica, prendono forma cento minuti sull'idea di reale nel teatro con l'artista brasiliana rivolgersi al pubblico non tanto nella tradizionale forma di spettacolo, quanto in quella della conversazione performativa in materia di femminile all'interno di una narrazione a ritroso che si spinge fino alla figura della Vergine Maria: con l'autrice, protagonisti di un'articolata ed a tratti provocatoria indagine su temi come maternità e sessualità, troviamo la madre Amàlia e Priapo, figura mascherata cui è affidato il compito di rappresentare il "maschile".
Senza mai dimenticare il punto di partenza legato a sacro e mitologia, l'idea della maternità come esito di una fecondazione immacolata che escluda l'atto fisico del concepimento, sin da subito Janaina gioca a carte scoperte, offrendo allo spettatore il suo incontro con il mondo dell'affettività in generale, e del sesso in particolare: riflessioni più ampie si mescolano a squarci biografici di una vita non aliena da momenti di sofferenza e dolore, e se con il passare dei minuti l'elemento personale ha il sopravvento, trasformando il racconto di parole ed immagini in qualcosa di molto simile ad un'autofiction, quel che arriva in platea è una sorta di attrazione-repulsione verso le dinamiche del sesso non inteso nell'accezione fisica, pratica meccanica di cui la pornografia è perfetta sintesi, semmai riferito a quel mancato "incontro" di testa, più che di corpo, spesso punto dolente nell'incontro con il proprio partner. Ed ancora la scelta di girare un video di sequenze pornografiche con un attore professionista, filmato con la supervisione registica di mamma Amàlia, rafforza l'idea di servirsi del corpo per raffigurare l'eterno, e forse invalicabile, incontro-scontro tra realtà e figurazione, enigma applicabile alla costruzione di un finto schiaffo da dare in scena come alla rappresentazione di esperienze, anche dolorose, del proprio vissuto.
A giochi fatti di Stabat Mater tutto si può affermare tranne che viva in una comoda comfort-zone, semmai si fa elemento di rottura scardinando impianti culturali, morali ed ideologici precostituiti per affermare con forza un'idea di corpo come "spazio" da cui nasciamo, e verso cui ritorniamo.
Il corpo è stato il protagonista assoluto dei primi giorni del Festival, tematica che dopo le riflessioni di Janaina Leite ritorna nel cortile antistante la Fondazione Merz per Muscles, performance senza parole di un'artista fuori dagli schemi, Sara Leghissa, ispirata a Against ordinary language, the language of the body di Kathy Acker: selezionate alcune pagine dello scritto della Acker, nello specifico i passaggi in cui la scrittrice ed attivista ripercorre la sua esperienza di bodybuilding in una palestra, Leghissa ne riproduce il messaggio in una ritmata attività di affissione sul muro di enormi fogli, trasmettendo agli spettatori che la seguono a breve distanza l'idea della palestra come luogo dell'artificiale, ambiente in cui di un corpo, sottoposto a continue sollecitazioni ed esasperazioni, si sfidano i limiti, si modificano i contorni, si indagano possibili identità: assecondando il frenetico flusso con cui la performer attacca i fogli tra una mano di colla e l'altra, la parola letteraria della Acker diventa strumento di condivisione pubblica con il fisico della Leghissa farsi strumento di comunicazione, ed i singoli manifesti sovrapposti reinventare il significato della frase fissata sul muro.
Quel che resta alla fine è un ultimo pannello interrogativo, "è il mio corpo una terra straniera per me?", domanda provocazione dietro cui si nasconde il costante desiderio di esplorazione sulla propria identità da vivere e perseguire, oggi più che mai sembra suggerirci la performance, sfidando pericolose strutture precostituite.
Nei giorni a seguire dal lavoro sul corpo si passa a tematiche più sociali come il rapporto con l'ecologia messa a dura prova da sfide che la vedono spesso soccombere: una figura femminile nuda distesa per terra, con protesi lignee al posto delle gambe e di un braccio, accoglie lo spettatore nella Sala Prove del Teatro Astra per Lament, performance di e con Margherita Pevere alimentata da musica dal vivo, elettronica e linguaggio corporeo. Ideata per riflettere sulle conseguenze dell'azione del fuoco in incendi devastanti per interi ecosistemi, l'azione scenica vede la protagonista rotolare, sporcarsi e contaminarsi con la terra disposta a mucchietti nello spazio scenico: in quarantacinque minuti prendono forma una serie di coreografie realizzate strisciando sul suolo in una simbolica ed evidente lotta per la sopravvivenza tra l'elemento terra, e quello che in essa vi abita, e la forza distruttrice di un fuoco in poco tempo capace di azzerare tutto quello che incontra.
I suoni distorti del violoncello di Ivan Pernov accompagnano nei movimenti la figura antropolignea della Pevere, creatura "del e nel suolo" chiamata a dar forma ad un'estetica di privazione, di un lutto destinato a coinvolgere l'intera comunità: metà animale e metà vegetale, la Pevere è figura ibrida i cui arti dalle forme tentacolari realizzano un gioco di relazione con la terra bruciata e carbonizzata, inquietante scenario dove gocce di sudore o un rigolo di saliva possono rappresentare insperata speranza di vita. Ed allora, ci si potrebbe chiedere, da questa rappresentazione del lutto non c’è via di uscita? Assodato che il comportamento umano giocherà sempre un ruolo primario, in Lament la rumorosa immobilità e desertificazione è rotta da un cielo di sculture vitree pendenti dall'alto e riempite di terra, carbone e muschi, verso le quali la performer tende disperatamente come fossero l'unico appiglio di salvezza e rinascita nella sua rappresentazione di un inferno, non solo ambientale.
Il futuro del mondo risulta essere anche al centro di Carbon negative che da Berlino il collettivo Flinn Works presenta alla Fondazione Merz: un tardo pomeriggio dalla difficile definizione, un po' performance, un po' chiacchiera con il pubblico, un po' conversazione didattica in materia di ecologia, con particolare attenzione alle attività di compensazione necessarie per uscire vincitori nella quotidiana ed impari lotta con l'anidride carbonica. E proprio nella ricercata natura ibrida del prodotto finale risiede il maggior limite dell’operazione di Konradin Kunze ed Andi Otto, performance di chiara impronta laboratoriale con l'elemento audiovisivo ed interattivo alternarsi ad un racconto, talvolta dai tratti eccessivamente didascalici, ambientato in uno spazio–serra, sorta di laboratorio in una tenda semovibile al cui interno si sperimenta la coltura di piante, si crescono alghe e muschi: sullo sfondo la prospettiva, leggasi amara consapevolezza, di vivere in un'epoca di colonialismo climatico con la finanza spregiudicata e le politiche ambientaliste incontrarsi-scontrarsi nell'universo parallelo di quei crediti di carbonio filo conduttore di un teatro documentaristico per lo spettatore non sempre di agevole fruizione.
Dal corpo si era partiti e al corpo si ritorna per l'ultima domenica pomeriggio vissuta nella Sala Prove del Teatro Astra con l'artista catalana Núria Guiu Sagarra ed il suo POV, titolo onomatopea ed acronimo per point of view, punto di vista: un movimentato racconto, prima di parole in un divertente italiano-spagnolo poi di coreografie, per indagare non un singolo corpo quanto i possibili corpi, reali come immaginati, che si materializzano davanti agli occhi altrui a seconda della prospettiva da cui ci si pone.
Se è vero che la realtà può essere osservata da infinte angolazioni, è altrettanto innegabile come l'idea di corpo sia oggi passibile di continue ridefinizioni partendo anche da lontani modelli mitologici per arrivare, attraversata l'epoca rinascimentale abitata da donne "isteriche", a simboli della cultura moderna come i meme dell'era digitale: non fissa ed immodificabile, ci suggerisce Núria Guiu, l'entità corpo è continuo divenire, contenitore dai mille contenuti che in un dialogo continuo con il pubblico la performer si diverte a plasmare ricorrendo all'immagine esterna che di essa si percepisce, o facendosi in prima persona "ventre caldo" per il proliferare di immagini e suggestioni. Assecondando l'idea del corpo come archivio vivente in continua definizione, evidenti le suggestioni degli studi in materia di antropologia dell’artista spagnola, POV diventa operazione mai uguale a se stessa con il concetto di identità lontano dall'essere punto di arrivo di un predefinito percorso, semmai base di partenza in una ricognizione trasversale nel tempo le cui fondamenta sono gli sguardi di chi volta per volta osserva dall'esterno.
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