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Le sessanta candeline sulla torta del FESTIVAL TEATRALE DI BORGIO VEREZZI
a cura di Roberto Canavesi
Con Maximilian Nisi tracciamo un bilancio dell'edizione 2026
In trentasette giorni tredici titoli considerando prime nazionali ed eventi speciali allestiti tra la sempre incantevole, e ventilata, Piazza S.Agostino di Verezzi, le Grotte del Valdemino ed il Teatro "Vittorio Gassman", il Torrione Medievale e Piazza S. Pietro a Borgio Verezzi: questi, in estrema sintesi, i numeri dell'edizione numero sessanta del Festival Teatrale di Borgio Verezzi, tradizionale appuntamento estivo per artisti, addetti ai lavori e soprattutto spettatori, dove potersi confrontare con titoli di repertorio come novità assolute al debutto prima di replicare nelle stagioni invernali.
Sessant'anni di storia a definire i confini di un percorso articolato e dalle mille sfaccettature, viaggio nella scena italiana che ha visto succedersi come direttori artistici prima la figura di Enrico Rembado, l'ex sindaco fondatore del Festival, poi per due decenni quella del giornalista Stefano Delfino: dal 2024 a Borgio Verezzi in cabina di comando troviamo Maximilian Nisi, attore e regista classe 1970, faentino di nascita ma torinese di adozione, cui si deve la direzione dell'ultimo triennio di una rassegna in continuo movimento.
Calato il sipario sull'edizione 2026, prima del meritato riposo, proprio al direttore abbiamo rivolto alcune domande non tanto per tirare le somme in termini di "numeri", semmai per condividere riflessioni su di un'esperienza umana e professionale che lo ha visto per la terza volta alla guida della rassegna ligure.

Partiamo dalla domanda più ovvia e scontata, almeno quanto necessaria: quale il bilancio dell'edizione appena conclusa?
"Il mio stato d'animo registra una soddisfazione pari all'assenza di stupore per i risultati registrati, convinto come ero che il cartellone sarebbe stato apprezzato, pur partendo da una proposta impegnativa ed articolata. Ho voluto fare scelte se vogliamo anche provocatorie per far sì che il pubblico potesse capire quale fosse il mio reale desiderio, la volontà di vivere tutti insieme un viaggio a 360 gradi che non conoscesse confini e latitudini all'interno dell'offerta immaginata su di un'idea di inclusività: quello che mi interessa è non lasciare fuori nessuno convinto dall'idea che il teatro possa realmente essere una possibilità per tutti, punto di partenza che i differenti pubblici hanno dimostrato di aver compreso molto bene, reagendo in modalità attiva di fronte a proposte, tra di loro assai differenti, pensate con il preciso scopo di rappresentare ed onorare il teatro da una prospettiva il più possibile ampia. Mi piace pensare che si sia creato un doppio flusso con le persone muoversi verso il teatro, almeno quanto il teatro si è incamminato andando loro incontro".

Il Festival di Borgio Verezzi con quest'anno ha attraversato sei decenni, un caso unico nel panorama teatrale italiano e, proprio per questo, carico di significati: considerando che dal 2024 ne curi la direzione artistica, come possiamo definire il sentiero tracciato in questo triennio di lavoro?
"Il primo anno, il 2024, sono arrivato e ho avuto pochissimo tempo per costruire il cartellone dovendomi anche muovere all’interno di un contesto per vari motivi dagli equilibri fragili e delicati: se come attore e regista avevo partecipato a più di dieci edizioni del Festival, rassegna cui sono estremamente legato, non appena investito del nuovo ruolo ho sentito l'urgenza di dovermi impegnare per garantirgli continuità. Dal 2025, con più tempo a disposizione, ho iniziato a proporre delle idee, affiancando proposte più vicine ai gusti consolidati del pubblico alla presentazione di progetti in cui credevo particolarmente, ma forse maggiormente rischiosi da un punto di vista di appeal sullo spettatore. 
Ebbene, in un'ottica di ribaltamento delle impressioni, quanto successo l'anno scorso è che gli spettacoli rimasti più impressi nella memoria collettiva sono stati quelli che hanno registrato numericamente meno spettatori: quest'anno, per la terza stagione nella veste di direttore artistico, ho fatto scelte di certo molto coraggiose, penso alla presenza di autori come Sartre ed Harris, al tempo stesso riuscendo nell'impresa di alzare il livello di offerta verso quel pubblico che, in maniera del tutto naturale, si potrebbe attendere da una rassegna estiva una programmazione più convenzionale".

Moliére e Goldoni, classici rivisitati ed autori contemporanei, senza tralasciare le incursioni in universi senza tempo come la Commedia dell'Arte e Pinocchio: nel cartellone di quest'anno spiccava una proposta trasversale che, a giochi fatti, riproporresti così come pensata, o sceglieresti linee programmatiche differenti, anche in previsione delle prossime edizioni?
"Non posso minimamente pensare all'idea di passi indietro: da un lato la mia direzione artistica deve per quanto possibile dare prestigio al Festival ed al lavoro di tante persone, assecondando un impegno che sempre e comunque deve avere un senso. Il livello di qualità va sempre indirizzato verso l'alto e, per quanto sia oggi impossibile sapere quello che potrà succedere il prossimo anno, assicuro una grande attenzione sempre riservata alle storie da raccontare ed agli interpreti da coinvolgere: se proprio vogliamo sfogliare il libro dei desideri, non nascondo un certo interesse per il possibile utilizzo dello spazio delle Cave di Borgio Verezzi, ambienti dove sarebbe bello poter far vivere spazi ad oggi del tutto inutilizzati, da un punto di vista teatrale, pensando ad un loro sfruttamento con proposte che strizzino l'occhio al filone classico".

Il Festival di Borgio Verezzi ha costruito nella sua storia un solido rapporto con territorio e pubblico: vivendo l'intera macchina organizzativa dal dietro le quinte, quale il valore aggiunto di questa relazione con ambiente e spettatori?
"Per quanto concerne la rete di collaboratori non posso che essere grato per supporto e fiducia: a partire dal Comune in questi anni si è instaurato un rapporto di continuo e reciproco confronto. Lato mio, ho chiesto sempre uno sforzo in nome di scelte magari meno popolari in termini di vendita, ma proprio per questo richiedenti un attento lavoro di comunicazione e presentazione.
In relazione al pubblico, i riscontri sono stati sempre positivi, soprattutto se si considera come il Festival anno dopo anno abbia aperto le sue porte ai giovani per far sì che le nuove generazioni, il pubblico di domani, possano concretamente misurarsi con il teatro creando il necessario ponte tra passato, presente e futuro: nell'ultima edizione in particolare, a fronte di un'offerta variegata, è stata evidente la presenza di pubblici diversi in nome di quella diversificazione che ha caratterizzato l'intera programmazione"
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In chiusura ci piacerebbe sapere un tuo giudizio sullo stato di salute di quel "sistema teatro" vissuto non solo dalla prospettiva di interprete e regista, ma anche nella veste di direttore artistico di una delle più importanti rassegne estive.
"Io credo che il teatro sia in ottima salute: le persone che veramente lo hanno scelto come ragione di vita, gli artigiani del teatro, devono essere convinte che la cosa importante non è solo il prodotto finale, ma le singole tappe di un viaggio talvolta lungo e complesso. Sono invece più critico verso quell'insieme di persone convinte che il teatro sia un'altra cosa, che la promozione di uno spettacolo/progetto sia in realtà cosa semplice o che la comunicazione rivesta un ruolo accessorio: chi si muove in questa direzione, a tutti i livelli, dovrebbe forse fermarsi un attimo e interrogarsi su quale sia realmente la funzione ed il significato del nostro mestiere. 
Solo a fronte di una risposta sincera e consapevole si potrà riprendere il cammino, pena un generale fraintendimento che rischia di tradire il significato originario legato al ruolo ed alla missione dell'artista
".
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