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NID PLATFORM 2026: abbiamo smesso di capire il mondo?
a cura di Enrico Pastore
Reportage dalla decima edizione della piattaforma della danza italiana
Si è da poco conclusa a Torino la decima edizione della NID Platform (1-4 settembre 2026), la piattaforma della danza italiana la cui principale missione è l'internazionalizzazione. La NID è un luogo quindi in cui operatori italiani e stranieri si incontrano e si confrontano, non solo sul mercato, ma sui grandi temi di politica coreutica europea.

Prima di fare qualche considerazione su quanto avvenuto e su quanto si è visto, è giusto fornire un dato importante: in questa edizione il numero degli operatori è aumentato sensibilmente rispetto alla precedente edizione, soprattutto degli operatori stranieri passati da 47 a 83 con un incremento del 76,6% rispetto al 2025. Quali le cause? È cresciuto interesse per la danza italiana? Maggiore appetibilità della città di Torino rispetto ad altre destinazioni nella penisola? Più efficienza organizzativa connessa con una più estesa rete di connessioni e collaborazioni con istituzioni e festival europei, il tutto sommato a un più intenso sforzo istituzionale del territorio piemontese? Difficile rispondere a questa domanda, anche se personalmente credo che la capacità di fare squadra e condividere conoscenze e competenze tra Piemonte dal vivo e Lavanderia a vapore, con i festival (in primis Torinodanza) e i teatri del territorio sia l'ingrediente principale. 

Quando si parla di NID torna come un tormentone la domanda: ciò che è selezionato per la piattaforma rappresenta veramente il meglio della danza italiana? La risposta ogni volta è risultata, e non mancherà di risultare, assolutamente insoddisfacente. Un dispositivo come la NID sarà sempre un organismo imperfetto e perfettibile nato dal e nel compromesso di dover bilanciare le influenze politiche, la visibilità e peso specifico dei grandi cluster, l'interesse degli operatori, etc, etc. A fare le spese di questo equilibrismo sono spesso i giovani che difficilmente vi accedono se non in forma di open studios o perché prodotti da cluster importanti. Altra categoria spesso penalizzata sono gli indipendenti perché i dispositivi di selezione tendono a privilegiare chi può già usufruire di reti, piattaforme, strutture organizzative, capacità produttive e quindi visibilità sul piano nazionale e internazionale.

Anche quest'anno, all'interno di un quadro organizzativo e logistico piuttosto efficiente nonostante la grande estensione dei territori (da Collegno, a Moncalieri fino a Venaria, oltre i teatri sparsi nella città di Torino), si rinnova la questione sulla qualità dell'offerta. Lavori molto complessi e completi accanto a prove francamente desolanti per scrittura e idee compositive. E quindi tornano ad affollarsi dalla balconata, con disordinata prepotenza, le solite questioni irrisolte e irrisolvibili: ciò che risulta è un quadro attendibile del livello della danza italiana? Siamo in grado di competere con ciò che offre il resto del continente? Riusciamo a esprimere una differenza tale da interessare altri popoli e culture?

L'ultima questione è la più complessa e interessante. Oggi i tratti culturali continentali tendono a omologarsi. Nonostante l'aumento delle possibilità di incontro, dialogo e scambio tra artisti e operatori, non sembra stiano emergendo le differenze, ma risulti piuttosto un appiattimento delle diversità. Oggi che ci si trovi a Bruxelles, Berlino o Milano ci si confronta con una certa conformità di gusto. Molti sono i fattori omologanti come, per esempio, i grandi circuiti e reti, penso per esempio a Aerowaves, che contribuiscono a definire e diffondere, volenti o nolenti, alcuni orientamenti estetici dominanti. Lo stesso vale per i bandi europei di finanziamento, i cui temi di sviluppo di fatto generano negli stati membri una convergenza di ricerche.

Per questo e molti altri motivi il tema della differenza culturale non è affatto secondario. Cosa porta quindi la danza italiana? Per ottenere una risposta attendibile bisognava rivolgersi agli operatori stranieri e quale occasione migliore della NID? Ho rivolto loro la medesima domanda: quale vi sembra il tratto caratteristico della danza italiana? La risposta quasi unanime è stata: siete troppo legati all'estetica. L'altra è: poca presa di posizione politica. 
Più interessante la prima, in quanto l'attivismo politico potrebbe non essere escluso dal discorso. Vediamo di approfondire.

Se è chiaro che l'estetica stia perdendo terreno rispetto alla funzione relazionale, sociale e politica dell'opera d'arte, non si può però negare che la tradizione italiana abbia sempre posseduto un rapporto privilegiato con tale campo di ricerca. È necessariamente un difetto? Solo a patto che non diventi l'unica ragion d'essere di una creazione. Se l'estetica è un segno in grado di espandere l'impatto, allora è differenza in grado di generare conoscenza e pensiero che mette in questione il reale. Se è solo sfoggio di tecnica e abilità, allora è ben poca cosa: niente più che una bella cartolina.

Un esempio è Ephifania. Mi rendo manifesta di Abbondanza/Bertoni. Un fremito di luce nel buio. Un terremoto d'onde luminose, lampi strobo violenti nonostante la tonalità fluo che confonde lì per lì l'immagine che emerge. È forse un corpo di donna? È un manichino che va in pezzi? Una bambola di Bellmer straziata e straziante? Gambe, braccia, testa, mani bocche spalle. Il corpo femminile emerge dal buio mai intero, sempre riconfigurato, metamorfizzato, ibridato. Generazioni equivoche, alchemiche trasmutazioni, dissezioni illecite. Vi è un senso costante di perturbante incapace di sanare la ferita che suscita la visione. Quelle bambole verdastre, quasi ballerine di un carillon del mondo dei morti, non prospettano nessun esito positivo all’inquietante presenza di quel corpo alieno, multiplo e unitario, che monta e rimonta immagini di se stesso. Persino l'ironia di labbra rosse modello Mae West Sofa senza corpo né voce, persino quelle buffe gambe tavolino con tovaglia lilla, paiono frammenti di pellicola di David Lynch. L'epifania della fisicità femminile ci accompagna in una valle oscura e ombrosa abbandonandoci senza chiavi né fili rossi in grado di guidarci verso una radura luminosa. Il mistero c'è e non si svela. Restano le immagini, che come reti da pesca fanno emergere dal profondo relitti e rimossi scomodi, per niente pacificati e pacificanti. La bellezza apre voragini nel pensiero, il corpo femminile e la sua percezione vengono messi in questione da immagini di un'opacità destabilizzante. Il corpo politico non è soffocato dall'estetica, bensì da essa esaltato: emerge e si staglia con tutte le sue irrisolte domande. 

Di tutt'altro tenore Cani Lunari di Francesco Marilungo, vincitore del premio CollaborAction - Network Anticorpi XL. Giovani donne, forse angeli, forse baccanti, irrompono in uno spazio in cui i corvi di plastica sembrano gli unici padroni. Da subito emerge la ricerca di una arcaica ritualità in uno spazio sonoro e metafisico sostenuto per lo più dalla performance vocale e strumentale di Vera Di Lecce. La danza altro non sembra che un merletto di pizzo su un vestito da sera. Tutto in questo lavoro desidera l'occhio dell'osservatore, ma non lo ferisce, non lo disturba e soprattutto, non gli domanda nulla. Per quanto le intenzioni di questa coreografia vorrebbero far emergere un materiale potenzialmente destabilizzante (le foto e le danze delle isteriche al famigerato ospedale della Salpêtrière, la persecuzione della strega, il mondo liminale tra la notte e la morte), si ha la costante sensazione di essere di fronte a un bel tableaux vivant senz'anima alcuna. Persino le piume volanti che evocano niente più di una battaglia di cuscini tra adolescenti, o quella spirale di sale, servono solo a creare belle immagini e non a porre domande. La debolezza di Cani Lunari non risiede nell'avvenenza dei quadri, ma nella mancanza di attrito. Non è l'estetica il problema, ma ciò che l'estetica produce.

Altre problematiche emergono da Caduta la neve - da Sarah Moon di Alessandra Cristiani. Come? Mettiamo in discussione un'artista riconosciuta per la sua raffinata tecnica e qualità artistica, vincitrice di premi importanti? Proprio per questi motivi il caso di Cristiani è ancora più probante. Tocca comprendere se la bellezza salverà il mondo o se invece ce lo farà comprendere. Terza parte di un'ideale trilogia, Caduta la neve - da Sarah Moon è dedicata alla fotografa francese che dagli anni ‘70 dettò uno stile d'immagine dominato dallo sfocato e dalla rarefazione del tempo e dello spazio. Il risultato è un bel quadro impressionista accompagnato da dolci musiche malinconiche. Se dovessi immaginare un parallelo pittorico direi che siamo davanti a un bel Monet, direi Il campo di papaveri vicino ad Argenteuil del 1873, dove il verde e il giallo dell’erba esaltano allegramente le teste rosse dei papaveri sotto un cielo azzurro popolato di inoffensive nuvole bianco latte. Solo la fila di alberi sullo sfondo crea una presenza ombrosa e quasi minacciosa, ma è distante, sotto controllo, non può agire in alcun modo su moglie e figlio. Nessun corvo a volteggiare su un grano scosso da misteriosi venti, nessun cielo vorticante intorno a una luna acida, nessun color vinaccia, giallo ittero verde muco alla Van Gogh. La danza di Cristiani non evoca le ombre se non addomesticate e suscita emozioni tutt’al più venate di tristezza. Non genera una messa in discussione della realtà. 

Ed eccoci giunti alla fine del ragionamento. Il problema non è l'essere estetici o attingere a una tradizione iconografica legata al bello, è l'utilizzo che si fa di un materiale e di un'attitudine. Non si tratta di stabilire fronti e schieramenti e tantomeno nazionalismi, ma comprendere dove veramente si mette in crisi lo sguardo e come questo avvenga. La produzione di pensiero è il vero oggetto, non come ci si arrivi. Il difetto non è dunque l'essere estetici, ma capire se l'estetica è in grado di produrre attrito e perturbazioni tali da mettere in discussione il reale. Così diventa persino in secondo piano il rilievo di essere poco politicizzati, perché cosa c’è di radicalmente politico nel mettere in crisi il mondo nella sua totalità?

La vera domanda che emerge alla fine è però un'altra: quale tipo di opera d'arte privilegiano la politica, i finanziatori pubblici e privati, i produttori e i distributori? E il pubblico, soprattutto giovane, cosa desidera veramente? Nel privilegiare opere incapaci di produrre frizione non si rischia di avere un pubblico che non si aspetta più di essere scosso? L'opera non nasce nel vuoto, ma dentro un sistema di possibilità. Chi costruisce quel sistema? Se non viene creato il contesto, difficile che l’opera d'arte attecchisca con radici forti e, attualmente, siamo in un periodo di grande siccità.
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