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L'Abisso di Lampedusa raccontato da Davide Enìa
a cura di Roberto Canavesi
Visto al Teatro Gobetti di Torino martedì 5 marzo 2019
di e con Davide Enia 

tratto da Appunti per un naufragio (Sellerio editore); musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri 

Accademia perduta / Romagna Teatri, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Biondo di Palermo, in collaborazione con Festival Internazionale di Narrazione di Arzo
Cronista, drammaturgo, narr-attore, è senza dubbio multiforme l’identità di Davide Enìa, attore e regista palermitano che con L’abisso offre un lucido spaccato di quel teatro di parola che tanti proseliti ha fatto nel corso degli anni, ma non per questo sempre in grado di raggiungere alte vette emozionali: liberamente tratto da Appunti per un naufragio, il romanzo documentale del 2017 valso ad Enìa il prestigioso Premio Mondello, L’abisso è per lo spettatore una dolorosa iniezione di (dis)umanità ambientata in quella Lampedusa negli anni diventata scatola di disperazione e morte, ma anche terra di frontiera e patria di anonimi eroi dalla contagiosa solidarietà. 

Accompagnato in scena dalle chitarre del conterraneo Giulio Brocchieri, il sicilianissimo Enìa è protagonista di un racconto che unisce pubblico a privato, la cronaca degli sbarchi alla storia di una famiglia, la sua, in cui padre cardiologo e zio nefrologo alleggeriscono la narrazione di inevitabile tragicità: e poi ci sono i lampedusani, uomini e donne loro malgrado diventati eroi di un tempo malato. Uomini e donne che non esitano a uscire di casa in una notte di tempesta per andar in soccorso di chi si aggrappa a quel che resta di un barcone alla deriva, o che continuano, come nel caso del custode del cimitero, a dar sepoltura a corpi senza nome, tributando il forse unico atto di umanità di un’intera vita. E se ascoltare la quotidianità dell’isola è ahinoi diventata prassi abitudinaria, Enìa riesce a trasformare il racconto in una struggente danza di parole, gesti e musica, succedersi di immagini che prendono vita con semplici gesti o in melanconiche canzoni di chiara matrice popolare. 

Per ottanta minuti in sala non vola una mosca, e quando si riaccendono le luci ascoltato il mito di Europa, la mitologica giovane che per sottrarsi alle insidie di Giove fugge a Creta dal natìo Libano, tra qualche lacrima e molti occhi lucidi il pubblico può finalmente sciogliersi in un lungo, liberatorio, strameritato applauso finale.
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