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La fragile umanità dello Zoo di Leonardo Lidi
a cura di Roberto Canavesi
Visto al Teatro Astra di Torino martedì 19 novembre 2019 
DI TENNESSEE WILLIAMS 

ADATTAMENTO E REGIA LEONARDO LIDI DALLA TRADUZIONE DI GERARDO GUERRIERI 

CON TINDARO GRANATA, MARIANGELA GRANELLI, MARIO PIRRELLO, ANAHÌ TRAVERSI 

SCENE E LIGHT DESIGN NICOLAS BOVEY / COSTUMI AURORA DAMANTI / SOUND DESIGN DARIO FELLI / ASSISTENTE ALLA REGIA ALESSANDRO BUSINARO 

PRODUZIONE LUGANOINSCENA/LAC LUGANO ARTE E CULTURA / IN COPRODUZIONE CON TEATRO CARCANO CENTRO D’ARTE CONTEMPORANEA, TPE – TEATRO PIEMONTE EUROPA / IN COLLABORAZIONE CON CENTRO TEATRALE SANTACRISTINA 
Casetta rosa confetto abitata da grottesche creature dalle originali fogge, tristi clown in una famiglia prossima al collasso i cui equilibri poggiano sulle fragili fondamenta del polistirolo che circonda l’intera abitazione: dalla scena di Nicolas Bovey si intuisce che Lo zoo di vetro diretto dal coraggioso Leonardo Lidi non potrà essere classica rivisitazione di Tennessee Williams, semmai originale rilettura, per nulla realistica, dove sentimenti e passioni sono riferiti con estrema naturalezza in un contesto anti naturalistico.

E di tempesta emotiva si parla a pieno diritto nella saga dei Wingfield, microcosmo famigliare con tanto di madre Amanda in stato di perenne gravidanza, simbolo di una latente maternità che la porta a vivere il ruolo genitoriale in modalità apprensiva ed opprimente: attorno a lei la figlia Laura, senz'arte né parte autoreclusa nel suo mondo di statuette di vetro per un’evidente zoppìa che la spinge a non mettere il naso fuori di casa. Ed ancora Tom, alter ego dello stesso autore, unico maschio in un contesto matriarcale combattuto tra velleità poetico–letterarie ed un attaccamento alla bottiglia che lo spinge ogni sera "ad andare al cinema” per tornare poi a notte fonda ubriaco fradicio: defilato, ai margini della scena, il clownesco spettro del padre, presenza-assenza spesso evocata verso cui si indirizzano frequenti strali di rabbia. 
Quadretto famigliare poco idilliaco sferzato dall'avvento di Jim, un collega di Tom invitato a cena nel tentativo di smuovere Laura dal suo mondo, vestito di un candido bianco che dopo aver fallito nella sua missione, e goffamente distrutto la collezione di animaletti di vetro, abbandonerà anche lui la combriccola lasciando sprofondare i Wingfield in una disarmante solitudine.

Leonardo Lidi affronta l’impegnativa materia con piglio maturo, condensando in cento minuti filati il racconto di vite immaginarie dove ogni personaggio è depositario di sogni destinati a rimanere tali: per l’Amanda della sempre brava Mariangela Granelli la speranza di veder finalmente accasata la fragile Laura, cui Anahi Traverso regala tocchi di commovente umanità. Per il ribelle Tom del convincente Tindaro Granata in versione Pierrot, il desiderio di evadere, di uscire da quel mondo che sente stretto ed opprimente, ma del quale non è in grado di reggere il peso di una serata. Ed in fondo anche un sogno si trova, suo malgrado, a distruggere il Jim del vitale Mario Pirrello, quello per Laura di vivere in simbiosi con il suo fragile zoo fatto di piccoli e ripetuti gesti.

Si è certo molto lontani dal maledettismo esistenziale di Williams, atmosfera cui Lidi preferisce un clima in apparenza ovattato, in realtà spietata partita a perdere da cui ogni personaggio uscirà infelice e sconfitto, lasciando al soddisfatto spettatore un retrogusto di profonda e dolorosa amarezza.
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