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La medicina per la misantropia dell'oggi? L'amore...
a cura di Roberto Canavesi
Visto al Teatro Carignano di Torino venerdì 6 maggio 2022
di Molière 

regia e adattamento Leonardo Lidi 

con Christian La Rosa, Giuliana Vigogna, Orietta Notari, Francesca Mazza, Marta Malvestiti, Alfonso De Vreese, Riccardo Micheletti 

Nel ruolo dei marchesi gli allievi della Scuola per Attori del TST

scene e luci Nicolas Bovey; costumi Aurora Damanti; suono Dario Felli: assistente regia Riccardo Micheletti 

Nuova produzione del Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale
La solitudine può condurre a straordinarie forme di libertà: come avrebbe commentato l’Alceste di Moliére queste parole di Fabrizio De André? Di certo l'affermazione del cantautore genovese ben sintetizza il modus pensandi di un uomo tormentato dalla presenza altrui e, inevitabilmente, destinato a vivere nel deserto della solitudine. 
Vicenda tra le più note della storia del teatro, la saga de Il misantropo è al centro della versione firmata da Leonardo Lidi nell’ultima produzione dello Stabile torinese, rilettura ed adattamento condensati in un’ambientazione cupa, la sabbiosa cavea semicircolare di Nicolas Bovey si può leggere come proiezione di una mente deserta e nemica di ogni presenza, in cui tonalità scure e luci basse suggeriscono una collocazione serale-notturna al pari del cantilenante Guarda che luna che l’Oronte in versione chansonnier di Alfonso De Vreese esegue per buona parte degli ottanta minuti filati. 

Chi si aspetta una trasposizione fedele e rispettosa dell’originale corre il rischio di rimanere deluso nell’assistere ad un disperato inno all’amore, sentimento universale con il passar dei minuti sempre più presenza viva nel suo affermarsi come unica ed estrema ancora di salvezza per l’animo umano. E se è vero che ai tempi di Moliére il fragore delle opere era tale da investire il pubblico pronto a rivedersi nei caratteri portati in scena, non di meno l’indirizzo scelto da Lidi è per lo spettatore di oggi impietosa metafora di una condizione umana votata all’autoisolamento: in scena tutti parlano d’amore, a partire dall’Alceste claudicante, con tanto di bastone e tutore, dell’ispirato Christian La Rosa, animo tormentato dalla gelosia verso Celimene quanto fisicamente "ferito" da una disagio che lo vede entità avulsa dal mondo a lui prossimo. E all’insegna dell’amore sono indirizzate le parole e le azioni della di lui amata, la Celimene della determinata Giuliana Vigogna, ventenne vedova solita organizzare feste pur consapevole di come questa apertura alla socialità possa per lei rappresentare una possibile fonte di discredito: ed ancora l’amore in versione polimorfa, a lungo taciuto ma intensamente vissuto, riecheggia nella passione verso Alceste dalla non più giovane Arsinoè che Francesca Mazza ben rende come donna in preda ai tormenti dell’età matura, al pari dell’attrazione velata di ambiguità che Filinte, per l’occasione ruolo femminile affidato alla sempre brava Orietta Notari, riserva alla giovane Eliante della luccicante Marta Malvestiti in un gioco di specchi immaginato attorno alla figura di Alceste, l’uomo che ogni donna vorrebbe per sé. 

Sentimento totalizzante, e forse proprio per questo in grado di compromettere già fragili equilibri, l’amore diventa l’ago della bilancia di un microcosmo frammentato e frammentario dove il combinato disposto tra rigore morale ed inguaribile misantropia sono per Alceste la miccia scatenante un crescendo di tensioni destinate a sfogarsi contro Celimene, per nulla decisa a privarsi dell’adrenalina di una vita mondana giustificata dalla giovane età e dalla condizione sociale, pronta a rifugiarsi tra le braccia di Oronte nel tentativo di realizzare il suo esser donna bisognoso di spazi.
Da questo universo claustrofobico dove i personaggi sono maschere di rabbia, rancore e gelosie, abitato da fantasmi incappucciati che popolano la casa di Celimene, come se ne può uscire? Se Moliére riserva al suo Alceste la fuga solitaria verso un altrove desertico, Lidi sbatte in faccia allo spettatore di oggi lo spettro della solitudine e dell'isolamento di una visione della vita solipsistica, malattia del secolo che trasforma l’esser umano in individuo non più padrone della propria libertà o forse, prospettiva ancor più inquietante, non più artefice del proprio destino. A tutti noi, attori sul palco nella finzione della recita ma anche spettatori in platea nella realtà della vita, non resta forse che spogliarsi degli artifici imposti dalla quotidianità, sottoporsi ad una sorta di catartico lavaggio come l’incessante pioggia che si abbatte sull’intero cast radunato in proscenio, immobile ed apatico, prima dei meritati applausi finali.
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